Diario dei rifugiati LGBT – Storia di Bea, trans brasiliana

omicidio nella favela di Salvador in Brasile
Una persona uccisa nella favela di Salvador (Brasile)

Caro Diario,

negli ultimi sei mesi in Brasile sono state uccise otto ragazze trans.

Mi chiamo Bea, sono brasiliana e sono trans. Oggi sono viva, sto bene ma forse solo perché ho avuto il coraggio di scappare in Spagna, dove sono rifugiata politica.

La mia storia come richiedente asilo inizia un anno fa, quando ho lasciato Salvador a causa delle violenze fisiche e morali che ho subito per il solo fatto di essere una ragazza trans. Negli ultimi tempi avevo cominciato a ricevere minacce anonime di morte: avrebbero ucciso me e la mia famiglia se non me ne fossi andata, e purtroppo sapevo che sarebbe potuto succedere.

Ho iniziato a mostrarmi orgogliosa per la donna che sono a 12 anni, vestivo con abiti femminili e mi truccavo. Ma in Brasile questo non è permesso. A 13 anni ho iniziato a prendere ormoni senza alcun tipo di consulto medico perché in America Latina, per discriminazione, non esiste assistenza sanitaria per noi trans, tutto quello che si consuma arriva dal mercato nero ed è assunto senza prescrizione medica con i relativi danni fisici e psichici che puoi immaginare.

All’età di 14 anni ero già stata vittima di due stupri di gruppo da parte di alcuni uomini della mafia locale: mi hanno presa, legato mani e piedi, bendato gli occhi, messo una pistola in bocca e hanno iniziato prima a picchiarmi e poi ad abusare sessualmente di me. Mi hanno sfregiato il volto con tre coltellate all’occhio sinistro e una alla narice destra. Non ho mai denunciato, o meglio non ho mai potuto denunciare. Perché? Perché noi trans non siamo tutelate nel mio paese nemmeno da parte della polizia e perché temevo per la mia famiglia. Così, dopo l’ennesima minaccia, ho comprato il biglietto più economico che ci fosse e sono arrivata qui.

Da quando sono a Barcellona la mia vita è in parte cambiata: ho trovato assistenza sanitaria gratuita, ho un endocrinologo e un medico che mi seguono personalmente, non mi sento discriminata e tutte le persone che ho incontrato hanno cercato di aiutarmi. Chiaramente mi rendo conto che la mia situazione di richiedente asilo sia svantaggiata rispetto a chi si trova in regola con i documenti, ma nel complesso darei un voto tra l’8 e il 10!

Se le istituzioni hanno dimostrato di aiutarmi, sono stata invece discriminata da chi ha il mio stesso sangue che gli scorre nelle vene, da quella parte di famiglia che abita a Barcellona da prima del mio arrivo. Paradossale, eh?! Penso a qualche mese fa quando mia madre mi ha raggiunta a Barcellona e ha alloggiato a casa di mia sorella e di suo marito. Un giorno, mentre pranzavamo a casa loro, mia sorella ha inveito contro di me gridando che non sono la benvenuta in quella casa.

Sono morta dentro.

Ho trattenuto le lacrime perché non volevo che mi vedesse piangere, mi dicevo: “Resisti! Non piangere! Resisti!”. “È malata – mi consolo – È una nazionalista spagnola”, ma alla fine è una ragazza che mi considera niente più che una sconosciuta invece che sua sorella. Mi viene da pensare che chi viene dal mio paese di origine non abbia più valori, perché tutti sono stati repressi dalla mafia, dalla violenza e dall’intolleranza.

Hanno ucciso otto ragazze trans in Brasile negli ultimi sei mesi. Ma adesso che sono qui e ciò che conta di più per me è prepararmi e lottare per il futuro che mi attende per ottenere il lavoro degno come mi spetta.

 

Bea* e Letizia
* nome di fantasia
©2017 Il Grande Colibrì

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