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Se a volte in Italia si ha l’impressione che il dibattito sul femminismo ruoti tutto intorno alle posizioni di qualche piccola associazione, aprire lo sguardo sul mondo porta una ventata di freschezza e di idee. Per questo è prezioso “America Latina, donna forte e insorgente” (AUT AUT 2020, 282 pp., 15 €), un libro che nel titolo riprende la canzone “Antipatriarca” di Ana Tijoux, cantante femminista e anticapitalista di origine cilena. Abbiamo intervistato l’autore di quest’opera che esce proprio oggi nelle librerie: Diego Battistessa è un docente e formatore, esperto di diritti umani, gestione dei conflitti, migrazioni e cooperazione internazionale.

Perché ha scritto questo libro?

Vorrei far avvicinare il pubblico italiano a una nuova idea di America Latina, rompendo i soliti schemi con i quali viene approcciata questa regione “da Occidente”. Il mio scopo è stimolare il pubblico e spingerlo a continuare a cercare un’America Latina eterogenea e plurale. Tutta la prima parte del libro, quindi, ci porta fuori dagli stereotipi euro-centrici, coloniali e patriarcali per scoprire una nuova idea di America Latina che prende le mosse da un’identità in costruzione legata ai movimenti sociali e alle popolazioni indigene che cercano di uscire dalla cappa della colonialità del potere. Personalmente mi occupo di questa regione da sette anni e ogni giorno è una continua scoperta!

Nella seconda parte, invece, ha raccolto la voce e le biografie di alcune donne latinoamericane…

Sì, sono donne incredibili: ribelli, anticonformiste, guerrigliere, accademiche, attiviste… C’è almeno una donna per ogni paese latinoamericano per rivendicare una storia poco raccontata o molto spesso taciuta. Così come diversi sono i femminismi che attraversano l’America Latina, diverse sono le storie raccontate nel libro. Lavorando con ONG internazionali, fondazioni locali, agenzie della ONU e università, ho potuto sperimentare ed esplorare una realtà complessa che merita di essere raccontata con passione e precisione. Questo è quello che cerco di fare in questo progetto editoriale che ha trovato fin da subito l’appoggio di AUT AUT edizioni, una casa editrice nata nel 2016 per analizzare i fenomeni più significativi che determinano la nostra società.

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Lei sostiene che sia difficile essere donna e pensare autonomamente in America Latina: per quale motivo?

Le donne in America Latina subiscono fin dalla nascita una molteplice violenza, sono private dei diritti e della possibilità di autodeterminarsi. In questa regione il principio di intersezionalità della discriminazione si applica purtroppo su più livelli per le donne indigene, afrodiscendenti, in situazione di povertà e in alcuni casi analfabete. La Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) denuncia più di 3500 femminicidi all’anno nella regione, mentre il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) indica che il tasso di gravidanze adolescenziali in America Latina e nei Caraibi è il secondo più alto del mondo (66,5 parti ogni mille adolescenti tra i 15 e i 19 anni), superato solo dall’Africa sub-sahariana.

Però le donne latinoamericane sono tutt’altro che vittime silenziose… 

È vero: nonostante il drammatico quadro che ho appena tracciato, molte donne si impegnano per rompere il muro di questa molteplice oppressione. Nella seconda parte del libro parlo di loro, delle loro storie, del loro coraggio, della loro determinazione. È un viaggio che, dall’arrivo dei colonizzatori europei fino a nostri giorni, ripercorre uno dopo l’altro i paesi della regione latinoamericana attraverso i volti di donne indigene, afrodiscendenti, meticce: hanno diversi orientamenti sessuali, diverse idee politiche e diversi livelli di istruzione, ma sono tutte accomunate dalla grande e catartica impronta che hanno lasciato nelle società nelle quali hanno vissuto.

donna latina viso cappelloNel 2015 in Argentina si è sviluppato il movimento “Ni una menos” (Non una di meno), che in seguito si è diffuso in altri paesi latinoamericani, come prova del fatto che le donne non sono più disposte a subire e a non essere ascoltate. Quali sono stati gli effetti di questa mobilitazione?

L’Argentina ha rappresentato da sempre uno scenario molto particolare in America Latina per i diritti delle donne. Dalle Madres de Plaza de Mayo (Madri di Plaza de Mayo), oggi diventate Abuelas (Nonne), che lottavano contro la dittatura, fino al più recente movimento “Ni una menos”, le donne argentine sono sempre state in prima linea nel rivendicare uno spazio fisico, simbolico e sociale. L’ultima lotta riguarda il diritto all’aborto. Sotto la presidenza di Mauricio Macri (2015-2019), un disegno di legge per rendere legale l’aborto venne presentato al Congresso della Nazione, ma fu bocciato. Ora, con l’arrivo di Alberto Fernández a guidare il paese, si apre una nuova stagione che ha riacceso le speranza di poter finalmente conquistare questo diritto.

Qual è la situazione della comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) in America Latina?

Generalizzare è molto difficile: la regione sta sperimentando dei progressi in termini di accesso ai diritti civili, sociali, economici e politici della comunità LGBTQIA, ma rimane alto il livello di violenza e discriminazione al quale sono soggette le persone in base al loro orientamento sessuale e alla loro identità di genere. Se da un lato sono molte le organizzazioni e le sigle LGBTQIA che guadagnano spazio e peso nelle eterogenee società latinoamericane, dall’altro i dogmi sociali e gli stereotipi continuano a marcare e marginalizzare la comunità. Ci troviamo di fronte a una trasformazione sociale con diverse velocità e intensità.

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Ci può fare qualche esempio?

L’altro ieri si è celebrato il primo matrimonio egualitario in Costa Rica, che è diventato così il primo paese del Centroamerica a riconoscere questo diritto fondamentale: la cerimonia è stata trasmessa sulle reti TV nazionali e sui social network, permettendo di festeggiare questa grande vittoria nonostante la quarantena per il coronavirus. D’altra parte, l’organizzazione Sin Violencia LGBT (Senza violenza LGBT) denuncia la dura realtà di intolleranza e violenza che soffrono i membri della comunità nella regione: gli omicidi tra il 2014 e il 2019 sono stati almeno 1.292, ma molti altri sono rimasti invisibili. Un caso emblematico, che racconto anche nel mio libro, è quello di Marielle Franco, politica e attivista per i diritti LGBTQIA assassinata in Brasile nel 2018.

La migrazione è un fenomeno che interessa vari piani, da quello sociale a quello politico ed economico, per non parlare degli effetti sulla persona migrante. La migrazione che interessa l’America Latina ha delle caratteristiche che la differenziano da quelle che interessano altre parti del mondo?

L’America Latina sta vivendo due grandi flussi migratori che hanno sconvolto la geopolitica della regione: da un lato le carovane partono dal “triangolo nord” (El Salvador, Honduras e Nicaragua) per cercare di attraversare il Messico e arrivare così negli Stati Uniti d’America, dall’altro c’è il vero e proprio esodo venezuelano che conta più di 5 milioni di migranti. Quest’ultimo caso è particolarmente impattante: la Colombia, paese in preda a numerosi conflitti sociali, politici, territoriali ed economici, ospita circa 2 milioni di venezuelani. Narcotraffico, gruppi armati e bande criminali, massacri contro difensori della natura e indigeni e ora anche il COVID-19 creano un quadro di estrema vulnerabilità per chiunque viva ora in Colombia.

Quale influenza esercitano le migrazioni sulle donne latinoamericane?

In tutta la regione latinoamericana la migrazione è sempre più femminile, come segnalava all’inizio degli anni 2000 la stessa Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), ma nel caso venezuelano questo fenomeno aumenta la disgregazione sociale: il tessuto sociale venezuelano, infatti, si basa sulla centralità della madre, su cui ricade il peso di tutta la famiglia. Le donne sono il 52% del totale dei migranti venezuelani in Colombia e molte di loro sono incinte o con bambini al seguito.

donna madre venezuelana migranteIn base alla sua esperienza sul campo, secondo lei che futuro si prospetta per l’America Latina?


Come spiego nella prima parte del libro, i partiti non sembrano saper rispondere alle nuove rivendicazioni sociali in una regione in preda a un processo di cristallizzazione territoriale, identitaria e politica. In questo contesto il COVID-19 potrebbe far barcollare le democrazie latinoamericane e promuovere un lungo periodo di leggi speciali e protagonismo militare, soprattutto emarginando ancora di più le comunità in situazione di estrema vulnerabilità. È importante capire che quello che succede in America Latina ci riguarda da vicino e che Abya Yala, che è il nome con il quale molti popoli indigeni identificano il continente americano, sta cercando di scrollarsi di dosso la colonialità del potere.

A proposito di COVID-19, quali sono gli effetti dell’epidemia in America Latina, in particolare per le donne, la comunità LGBTQIA e le popolazioni indigene?

Nella regione circa la metà di chi lavora svolge la propria attività in modo informale e, come ho scritto per Il Fatto Quotidiano, la quarantena in casa in America Latina è un privilegio: per questo il COVID-19 sta colpendo duramente la regione. Poi, se da un lato possiamo pensare che il virus non distingua tra classi sociali, dall’altro la grave situazione socioeconomica alimenta quello che il New York Times chiama un circolo vizioso tra incidenza del coronavirus e disuguaglianza: le fasce più deboli e marginalizzate saranno le più colpite dalla pandemia e dalle sue conseguenze economiche. Questo significa che le donne, la comunità LGBTQIA e le popolazioni indigene sono più esposte all’impatto socio-economico della pandemia.

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Lei parla di donne: si definisce femminista?

No, non sono un femminista, semmai sono un alleato del femminismo. Quello che invece so per certo è che sono un maschio in decostruzione, cosciente della pericolosità e della violenza insita nel concetto di “mascolinità” con il quale sono cresciuto: è un cammino, lungo, doloroso, introspettivo, intimo, pieno di insidie, che mi porta costantemente a mettermi in discussione. Oggi so che non esiste lotta per i diritti umani senza la lotta femminista, so che la grande rivoluzione ancora in sospeso nel mondo attuale è quella per i pieni diritti delle donne e per le pari opportunità. So che non potremo dare risposta alle sfide che ci aspettano nel prossimo futuro senza aver rotto le catene della falsa costruzione machista del diritto di possedere una donna.

Quali sono gli insegnamenti più importanti del femminismo, secondo lei?

La lotta femminista ci ha insegnato che la diversità è l’altra faccia della moneta della libertà. Ci ha insegnato che, una volta rotta la diga dell’eteropatriarcato, anche le altre diversità hanno potuto iniziare una lotta per il loro diritto a esistere in uguaglianza e dignità. Una volta rotto lo schema di emarginazione delle minoranze, una volta lanciato il “j’accuse” al sistema patriarcale, eteronormativo, colonialista, razzista, classista, occidentalo-centrico, il castello di carte ha cominciato a cadere.

Questo fa paura a molti uomini…

E invece non bisogna avere paura: è un mondo nuovo più libero per tutti, anche per noi, schiavi di una mascolinità violenta, chiusa, artificiale e limitante. Quello che posso suggerire agli uomini è di imparare ad ascoltare, a mettersi in discussione: leggete, chiedete, siate curiosi, non date niente per scontato, analizzate la vostra quotidianità, il vostro modo di comunicare, il vostro modo di pensare. Non pretendete che le donne facciano questo lavoro per voi: stanno lottando da secoli per risvegliare le coscienze e pagano quotidianamente con il loro sangue questa battaglia.

Alessandra Desiderio e WAK
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: Diego Battistessa / Il Grande Colibrì / elaborazione da UNICEF Ecuador (CC BY 2.0)

One Comment

  • Valentina Fiori ha detto:

    Il triangolo nord é composto da “Guatemala, Honduras ed El Salvador” e non da Nicaragua. Iniziamo bene…
    Per chi conosce davvero la regione, é risaputo che i e le nicaraguensi migrano verso Sud, soprattutto verso Costa Rica, e non al Nord.

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