Gay in Africa, si riaprono le porte del carcere in Malawi

A Lilongwe, capitale del Malawi, un gruppo di uomini ha picchiato un ragazzo gay arrivando quasi a ucciderlo: la vittima è andata dalla polizia per sporgere denuncia contro questo crimine evidentemente omofobico [nyasatimes.com], ma forse non è stata una buona idea. Qualche ora prima, infatti, la moratoria del ministero della giustizia che dal 2012 ha sospeso l’applicazione della legge che condanna gli omosessuali fino a 14 anni di carcere, aveva ricevuto un colpo durissimo: un giudice di Mzuzu ha stabilito che è illegittima e ha intimato alla polizia di riprendere ad arrestare chi abbia rapporti “contro natura”. Negli ultimi tempi la moratoria era stata contestata dall’opposizione e da vari esponenti religiosi [ilgrandecolibri.com]: la sentenza di Mzuzu è stata il risultato di un processo avviato da tre sacerdoti cristiani che si sentivano discriminati (sic!) dal fatto che i gay non finissero in prigione [nyasatimes.com].

NON SI FERMANO CONDANNE E ARRESTI

E così il Malawi tornerà a perseguitare penalmente le persone omosessuali, come succede in molti altri Stati africani. In Marocco il tribunale di prima istanza di Tiznit, nel sud del paese, ha condannato due uomini accusati di avere avuto rapporti omosessuali a un anno e mezzo di carcere e a una multa di 2mila dirham (circa 180 euro). Al momento dell’arresto i due uomini avrebbero anche tentato la fuga, minacciando gli agenti di polizia con coltelli, e questo avrebbe aggravato la loro situazione davanti al giudice [tizpress.com].

In Kenya, invece, un giovane insegnante di 29 anni rischia una condanna fino a 14 anni di carcere perché avrebbe mandato SMS con dichiarazioni di amore, e forse anche esplicite proposte sessuali, a un giornalista. Quest’ultimo ha finto di accettare le avances del ragazzo, ma poi si è presentato all’appuntamento con alcuni poliziotti in borghese. Ora il giovane omosessuale si trova in libertà provvisoria, dopo aver pagato 200mila scellini (circa 1.700 euro) di cauzione [nation.co.ke].

IL RUOLO INCENDIARIO DELLA STAMPA

In altre situazioni, alle persone sotto accusa non è contestato direttamente il loro orientamento sessuale, ma il fatto di essere omosessuali finisce per costituire un’aggravante davanti al giudice o alla stampa. Nel caso di una donna arrestata in Ghana, per esempio, i giornali sembrano indignati non tanto perché è accusata di stupro, ma soprattutto perché sarebbe lesbica: la ragazza avrebbe fatto ubriacare un’amica e poi l’avrebbe penetrata con un dildo [citifmonline.com]. E assistiamo a qualcosa di simile per la condanna a sei mesi di carcere nei confronti di un gay in Senegal: per la stampa la sua colpa non sembra essere l’aver rubato cinque milioni di franchi CFA (circa 7.600 euro) a uno zio, ma averlo fatto per raggiungere il suo fidanzato in Belgio [leral.net].

Intanto in Egitto, dove il regime militare che si autoproclama laico punta molto sull’omofobia, è stata assolta Mona Iraqi, la giornalista che ha organizzato e filmato una retata di polizia in un hammam in cui, secondo lei, si svolgevano orge tra uomini [ilgrandecolibri.com]. I 26 uomini arrestati sono stati tutti assolti e per questo hanno denunciato Iraqi per diffamazione. Secondo il tribunale, però, il falso scoop è stato un “lavoro giornalistico di pubblico interesse“. E l’avvocato del sindacato dei giornalisti, Sayed Abu Zeid, applaude: “Ogni persona ha il diritto di criticare le immoralità sociali e di criticare gli individui se è utile all’interesse pubblico” [aswatmasriya.com]. E così conferma la sacra alleanza tra stampa omofobica e regimi repressivi.

 

Pier
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