“Di fronte a me vedo un giovane uomo”: con queste parole la giornalista polacca Beata Lubecka di Radio Zet ha intervistato, lo scorso settembre, Margot Szutowicz, attivista non binaria del collettivo Stop Bzdurom (Basta cazzate). Margot era stata protagonista delle proteste scoppiate all’indomani della vittoria del sovranista Andrzej Duda alle elezioni presidenziali di luglio: le persone erano scese in piazza contro le politiche discriminatorie del governo polacco nei confronti delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali), dopo una campagna elettorale in cui l’odio nei confronti delle minoranze era stato alla base del dibattito politico.
“Qual è, dunque, il tuo nome, cosa c’è scritto nella tua carta di identità? – ha incalzato con le domande Lubecka – Hai anche quelle caratteristiche che fanno di te un uomo? Una domanda da parte di un ascoltatore: quello che fai non è vivere la vita di qualcun altro? Io ti guardo e vedo un uomo. Anche un bell’uomo”. Inoltre, l’intervistatrice ha chiamato più volte “partner sessuale” la persona con la quale Margot ha una relazione sentimentale ed ha fatto passare come un favore il non utilizzare il suo dead name (cioè il nome di battesimo, e che non corrisponde alla sua identità di genere, di una persona trans).
Divisi sul premio
L’intervista, condotta da una delle radio con maggiore diffusione in Polonia, sarebbe già da sola un caso di pessima informazione, di prevaricazione, di incitamento all’odio. Ma il fatto che proprio per questa intervista Beata Lubecka sia stata nominata al Grand Press, il più importante premio giornalistico in Polonia che verrà assegnato l’8 dicembre, ha scatenato reazioni anche nell’ambiente giornalistico, dove si sono levate proteste.
Stasiek Skarżyński, giornalista del quotidiano Gazeta Wyborcza ha annunciato la restituzione, come segno di protesta, del premio vinto nel 2016. “In un paese normale – ha scritto in un post sul suo profilo Facebook – Lubecka sarebbe stata cacciata fuori per qualcosa del genere, non sarebbe candidata al premio. Non voglio avere niente a che fare con un premio che puzza di transfobia e di omofobia e che non alza gli standard del giornalismo”. “Potrei averla intervistata io, Margot – ha twittato invece Marcin Makowski, del settimanale ultracattolico Do Rzeczy – Quello sì che sarebbe stato un grande momento di giornalismo”. Il tono che il suo giornale usa nei confronti delle persone LGBTQIA non lascia dubbi su quale sarebbe stato il contenuto dell’intervista.
Media discriminatori
In un comunicato stampa, Kampania Przeciw Homofobii (Campagna contro l’omofobia; KPH), una delle maggiori organizzazioni per la difesa dei diritti delle minoranze sessuali in Polonia, ha definito la candidatura di Lubecka al premio come “parte di un problema più grande” con l’informazione. “Nei media mainstream le persone LGBT sono trattate in modo sensazionalistico, come una curiosità. Così i giornalisti pensano di poter varcare ogni confine e chiedere loro dettagli sulla vita sessuale, come se ci fosse un obbligo a dare queste risposte. Questa situazione evidenzia il bisogno di alzare la consapevolezza e la conoscenza da parte dei giornalisti nei confronti delle persone LGBT”.
È dello stesso tono la nota di Grupa Stonewall, un’altra associazione LGBTQIA: “Nel 2020 non è molto difficile avere un minimo di conoscenza sull’argomento, specialmente se sei una giornalista influente e privilegiata di una delle più popolari stazioni radio in Polonia”. Premiare l’intervista di Lubecka significa appoggiare “la discriminazione verso le persone transgender e promuovere una visione del mondo per cui l’identità di genere di una persona sarebbe soltanto un suo capriccio”.
Alessandro Garzi
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