La Giornata contro l’omofobia nei paesi islamici

Due bandiere rainbow sventolate di nascosto, tre volantini mostrati in favore di macchina fotografica, cinque palloncini colorati lasciati volare in cielo: un piccolo album su JoopeA ci mostra quello che è stato fatto per la Giornata mondiale contro l’omofobia in una metropoli di tredici milioni e mezzo di abitanti. E se vi sembra poco tenete conto che ci troviamo a Tehran, capitale di quell’Iran dove gli omosessuali vengono impiccati. Solo pochi giorni fa è circolata la notizia di quattro altri ragazzi condannati a morte forse con l’accusa di avere avuto rapporti sessuali tra loro (la notizia è comunque alquanto incerta: Il grande colibrì). E si capiscono bene i timori delle persone LGBTQ*…

In Tunisia, invece, la Giornata mondiale contro l’omofobia è stata molto più visibile: gli abitanti di Tunisi ieri mattina hanno scoperto che, nottetempo, qualcuno aveva riempito i muri della propria città con il simbolo di un lucchetto aperto (nella foto) e lo slogan “Articolo 230, fino a quando?“. Il riferimento è alla norma del codice penale tunisino che prevede il carcere fino a tre anni contro gli omosessuali. “Ho passato la serata per strada – racconta Paloma Negra (nome di battaglia di un attivista di GayDay Magazine!) – a verniciare il simbolo grazie a degli stencil!“.

L’entusiasmo dei militanti tunisini ieri era davvero palpabile: oltre che per l’incursione notturna da graffitari, infatti, questa Giornata mondiale contro l’omofobia sarà ricordata per la pubblicazione della Dichiarazione del 17 maggio della comunità LGBT tunisina (diffusa in contemporanea in italiano su Il grande colibrì), la quale segna un momento importante di orgogliosa rivendicazione nel paese della rivoluzione del gelsomino. E infatti gli omofobi non hanno per nulla gradito, come racconta sempre Paloma Negra: “Gli attacchi dei pirati informatici sono già ricominciati, stanno attaccando i nostri account e-mail e Facebook, stiamo cambiando tutte le password“. Probabilmente si tratta degli stessi hacker che erano riusciti ad impadronirsi del sito di GayDay Magazine! (Il grande colibrì).

Un altro importante documento per la Giornata mondiale contro l’omofobia è stato presentato da una coalizione di gruppi LGBTQ* arabi (Helem per il Libano, KifKif per il Marocco, ASWAT per la Palestina, Khamsa Network per vari stati dell’Africa settentrionale, Bedayaa per l’Egitto e il Sudan, rappresentato anche da Freedom Sudan): “Sogniamo costantemente un mondo che abbracci la diversità umana e le differenze personali di tutti gli esseri umani. Vi chiediamo di aprire i vostri occhi ed i vostri cuori per vedere un nuovo colore in mezzo ai colori della vita. Così come la bellezza dell’arcobaleno risiede nella fusione di tutti i suoi colori, allo stesso modo si può dire della diversità umana e delle differenti identità umane, che si tratti di etnie, culture, religioni, orientamenti sessuali e identità di genere” (AWID).

Intanto in Albania le associazioni LGBTQ* hanno festeggiato la Giornata mondiale contro l’omofobia con una manifestazione a Tirana, con volantinaggi, l’apertura di una mostra fotografica ed uno spettacolo. Alla manifestazione hanno partecipato anche vari politici nazionali e alcuni rappresentanti diplomatici europei. Intanto qualche decina di persone, schierata dietro un grande striscione con lo slogan “Con la famiglia, con la moralità, con la vita“, ha inscenato una contro-manifestazione per protestare nei confronti delle politiche gay-friendly implementate dal governo albanese, a partire dalle leggi contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale approvate nel febbraio del 2010 (AFP).

E a New York è stato dipinto un murales sui diritti LGBTQ* in Medio Oriente. Niente a che vedere con gli stencil degli attivisti tunisini né con la Giornata mondiale contro l’omofobia, però. L’opera, commissionata da Birthright Israel, ha voluto celebrare l’anniversario dell’indipendenza israeliana dividendo il Medio Oriente in due, da un parte i cattivi di Iran, Egitto, Giordania, Gaza e Siria (pena di morte e niente Pride) e dall’altra i buoni di Israele, che permettono le adozioni alle coppie omosessuali e l’accesso al servizio militare a gay e lesbiche. Il murales, con la sua visione manichea da propaganda di guerra che più che raccontare la tolleranza israeliana chiama allo scontro con gli arabi, è stato fortemente criticato e accusato di pinkwashing (The New Times; sul concetto di pinkwashing: Il grande colibrì).

E a proposito di Israele, è approdata in parlamento la proposta di legge che finalmente avrebbe non solo introdotto il matrimonio gay, ma anche permesso il matrimonio interconfessionale e liberalizzato il matrimonio civile. Ed è stato un disastro: appena 11 parlamentari su 120 hanno votato a favore. E così le coppie israeliane dello stesso sesso, le coppie di religione diversa e quelle che, pur credenti, non vogliono farsi imporre un matrimonio religioso continueranno ad essere costrette a sposarsi all’estero per poi cercare di farsi riconoscere, attraverso iter burocratici complessi e costosi, il matrimonio in patria (The Jerusalem Post).

Pier
con il contributo di Paloma Negra
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10 commenti

  • Il "pinkwashing" israeliano sarà pure venato di ipocrisia e difficilmente accettabile per molti, ma che Israele sia l'unico luogo in Medio Oriente dove puoi essere gay senza temere che ti taglino la gola o ti impicchino è un dato di fatto inoppugnabile. E che diversi palestinesi provenienti dai territori abbiano trovato asilo in Israele grazie all'intervento delle associazioni GLBT israeliane, è un'altra cosa oggettiva. Poi il murales di New York può anche essere fin troppo propagandistico, però il fatto che a Tel Aviv il 17 il sindaco abbia fatto pitturare con i colori arcobaleno i passaggi pedonali non offende nessuno ed è una cosa simpatica. https://fbcdn-sphotos-a.akamaihd.net/hphotos-ak-ash3/561236_312240218853824_212239085520605_707270_1899520338_n.jpg

    • Caro Marco, come potrai constatare facendo un giro in questo sito, qui nessuno nega i meriti di Israele sul fronte dei diritti LGBTQ* – né, aggiungo, troverei nulla di male nel murales se semplicemente esaltasse la quasi-uguaglianza degli omosessuali in Israele.
      Il problema è che il murales chiede a chi lo vede di schierarsi con uno stato contro degli altri, senza neppure cercare troppo di mascherare l'uso strumentale dei diritti LGBTQ* per fare propaganda di guerra, per alimentare lo scontro – senza alcuna utilità, anzi!, per la protezione dei diritti di nessuno.
      La domanda è: è corretto strumentalizzare i diritti per fare propaganda di guerra? E' lecito non accettare di diventare parte di una retorica di guerra, uscirne e scegliere di schierarsi, invece che con il nero o con il bianco, per il rispetto dei diritti di tutti?

      p.s.: l'immagine che segnali è molto carina. Preciso alcune cose: è stato pitturato un unico passaggio pedonale solo per il tempo di scattare la foto e poi è stato ridipinto di bianco. In tanti si sono offesi, ma non per omofobia: semplicemente nell'era di Photoshop si poteva evitare un tale spreco di denaro pubblico! (Haaretz)
      p.s.s.: credo che farebbe piacere anche agli israeliani laici che si evitasse di dipingere il loro paese come un paradiso di perfezione. Israele non è solo il centro ricco, tollerante e festoso di Tel Aviv: immaginiamo un passaggio pedonale rainbow a Gerusalemme, dove gli ultra-ortodossi vogliono che uomini e donne utilizzino marciapiedi diversi?

    • Ahah, che l'abbiano ripitturato di bianco mi era sfuggito. Vabbeh, loro dicono che non si può per le regole del codice della strada, fidiamoci. Sul murale di New York sono d'accordo anche io con te, anche se il contenuto è inoppugnabile, ci si chiede se sia una scelta corretta e costruttiva. Comunque è l'iniziativa di una associazione privata, che in questo modo voleva fare pubblicità a Israele presso gli Ebrei americani. Al di là della poca opportunità della cosa – lo ripeto! – non è normalmente una delle immagini con cui si presenta Israele all'estero, soprattutto alle comunità ebraiche della diaspora…

  • L'ennesima prova che la religione è in sé uno dei mali principali dell'uomo e che il mondo sarà davvero un posto civile solo quando non esisteranno più le religioni.

    NB. Per religione intendo Islam, Cristianesimo etc. (soprattutto Islam e Cristianesimo) non la spiritualità.

    • La frase potrebbe proseguire: il dogmatismo di chi è antimafioso lo capisco quasi niente. Il dogmatismo di chi è anticorruzione lo capisco quasi niente. Il dogmatismo di chi è antiviolenza lo capisco quasi niente. Il dogmatismo di chi è antidiscriminazione lo capisco quasi niente.

      Come dice la Guzzanti: non si può dare tutto il torto a chi ha torto. Se si vuole essere pluralisti, occorre dare un po' di torto a chi ha torto e un po' di torto a chi non ne ha.

    • Infatti il dogmatismo non lo capisco mai 🙂
      Per il resto, cosa devo rispondere? Che le religioni non per forza sono mafiose, corrotte, violente e/o discriminatrici? Che la divisione tra torti e ragioni, neri e bianchi (senza il dubbio e l'immaginazione che a volte – non sempre, sia chiaro – esistono i grigi e soprattutto esistono i colori) si chiama integralismo?

    • E la conclusione qual è? Che l'importante è riconoscere che esistono i grigi e i colori, ma guai a dare un nome alle varie tonalità. Sarebbe integralismo. O dogmatismo. o integralismo dogmatico 🙂

    • Marco, si tratta di "pinkwashing", cioè di una doratura rosa che nasconde l'amara pillola di islamofobia e di neo-imperialismo. I meriti GLBT di Israele sono oggettivi, è vero, ma sono strumentali. O almeno così leggo spesso nei siti che ne parlano.

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