La giraffa di Lamarck apre la strada all’evoluzionismo

Nell’articolo sull’illuminismo e il suo ruolo nella nascita delle teorie razziste e omofobe (leggi su Il grande colibrì) ho citato la teoria evoluzionista di Lamarck. Solitamente quando si parla di evoluzione degli esseri viventi il pensiero corre a Charles Darwin e alla sua opera “L’origine delle specie”. Ma Darwin non giunse da solo all’idea di evoluzione. Prima di lui diversi naturalisti avevano ipotizzato che le specie fossero in continua mutazione e derivassero da forme antiche differenti, ma nella maggior parte dei casi si erano limitati a lanciare l’idea senza svilupparla, spesso in poche brevi frasi all’interno di opere scientifiche varie.

Il primo a sfidare apertamente e chiaramente il creazionismo di Cuvier fu Jean-Baptiste Pierre Antoine de Monet cavaliere di la Marck (meglio conosciuto come Jean-Baptiste de Lamarck; wiki). Fu lui il primo a presentare una teoria sistematica e organica riguardo l’evoluzione delle specie viventi. Lamarck sfidò Cuvier e il suo potere accademico, sicuramente aiutato in questo dalla sua posizione sociale prestigiosa.

La teoria di Lamarck si basava sull’idea fondamentale che i caratteri acquisiti durante la vita dell’individuo potessero essere ereditati dai figli, almeno in una certa misura. Attraverso l’uso e il disuso alcuni organi si sviluppano in modo particolare in un individuo mentre altri tenderanno ad atrofizzarsi. Queste caratteristiche passano al figlio che sarà quindi più predisposto a certi comportamenti e sarà avvantaggiato nella vita. L’accumulo di piccoli cambiamenti praticamente impercettibili porta, di generazione in generazione, alla comparsa di esseri completamente diversi.

Celebre è l’esempio, fatto dallo stesso Lamarck, della giraffa. Secondo lui in passato doveva esserci un animale dal collo normale che, per avere un vantaggio sugli altri erbivori,cominciò a mangiare le foglie degli alberi. Per farlo doveva allungare il collo. Questo esercizio giornaliero portava il collo dell’animale ad allungarsi leggermente durante la vita dello stesso. Di generazione in generazione questa caratteristica ha portato al famoso collo lungo della giraffa. Un ragionamento simile può sembrare ingenuo oggi, ma non dobbiamo dimenticare che all’epoca non si aveva idea di come i caratteri si tramandassero e il DNA non era stato ancora scoperto. Anche il famoso Mendel (wiki) non si era ancora messo a giocare con i piselli e quindi le sue leggi sull’ereditarietà erano del tutto ignote.

La teoria di Lamarck ebbe successo ma subì anche critiche fortissime. Non c’erano prove sperimentali di quanto lui asseriva e l’osservazione sembrava non suffragare molto la sua idea.

Anche il tempo era un problema. Ricordiamo che ancora in quel periodo si riteneva che la Terra fosse stata creata seimila anni fa. Lamarck mette in dubbio il creazionismo, ovvero l’idea che le forme viventi siano immutabili e che siano state create a più riprese, ma non la creazione in sé. Nemmeno Darwin negherà il fatto che in origine il mondo sia stato creato da Dio. La lentezza del processo evolutivo per modificazione lenta e costante che Lamark ipotizzava richiedeva troppo tempo. Seimila anni non sarebbero stati sufficienti per creare le specie attualmente esistenti. Questo punto fu importante nello sviluppo scientifico. Già Darwin non accetta più la vecchia idea sull’età del pianeta ma parla di milioni di anni.

Un altro punto critico della teoria di Lamarck è l’esistenza di forme di vita semplici come batteri, vermi, insetti. Se infatti tutti gli esseri evolvono verso forme più complesse in modo lento ma costante, tutti i viventi dovrebbero essere complessi ed evoluti. Per risolvere questo problema il naturalista francese ricorse a una vecchia idea molto diffusa: la generazione spontanea. Si credeva che le forme di vita più semplici si generassero spontaneamente a partire dal substrato. In pratica, una bistecca in decomposizione genererebbe le larve delle mosche. Questa ipotesi fu il punto più debole in assoluto della teoria. Anzi, fu proprio un’arrampicata sugli specchi assurda!

La generazione spontanea era stata infatti smentita attraverso semplici esperimenti da Francesco Redi (wiki), un medico italiano del XVII secolo (un secolo e mezzo prima di Lamarck). Redi mise della carne in diversi recipienti chiudendo alcuni per bene e lasciandone altri aperti. Si vide così chiaramente che le larve si formavano solo in quelli aperti. Laddove le mosche non potevano entrare e deporre uova, le larve non nascevano. Rispolverare la generazione spontanea da parte di Lamarck fu uno scivolone non da poco. Ma perché lo fece? Forse per il semplice imbarazzo di non poter spiegare altrimenti l’esistenza di vermi e insetti o forse perché Lamarck (e gli scienziati dell’epoca suoi colleghi) erano ancora intrisi di una visione “misticheggiante” del mondo.

Lamarck dava per scontato che l’evoluzione dovesse portare dal semplice al complesso e lo dava per scontato perché nell’evoluzione vedeva il palesarsi di un progetto divino che non poteva che condurre alla perfezione intesa in modo profondamente antropocentrico. A tal proposito mi sovviene una famosa battuta del matematico Bertrand Russell: “La vita, ci dicono, si è sviluppata per gradi dal protozoo al filosofo, e questo sviluppo, ci assicurano, è senza dubbio un progresso. Purtroppo tutto questo ce lo assicura il filosofo, non il protozoo“.

La battuta (molto “english”) di Russell riassume però la realtà filosofica di Lamarck. La scienza del XVIII e XIX secolo vede tutto in senso antropocentrico e postula (più o meno consciamente) un determinismo e uno scopo preciso nell’azione della natura.

Altro aspetto importante è quello del “vitalismo“. La generazione spontanea era possibile, secondo i filosofi antichi, grazie a un non ben precisato “principio vitale” strettamente imparentato (da un punto di vista filosofico) con lo “spirito di Dio” di cui parla il Genesi. Questo principio vitale sarebbe presente ovunque e sarebbe lui a rendere possibile la vita in generale. Ancora ai tempi di Lamarck si riteneva impossibile che un sistema complesso come un essere vivente potesse basarsi solo su “banali” reazioni chimiche e fisiche. L’esistenza del principio vitale spiega come mai esista la vita. Nel caso poi dei viventi più semplici questo principio sarebbe addirittura in grado di generare la vita dal substrato inerte.

Bisognerà attendere ancora molto perché la scienza si liberi definitivamente da concezioni religiose o mistiche. E ancor di più perché si liberi da pregiudizi psicologici e culturali come l’antropocentrismo e l’etnocentrismo.

Fin qui di razzismo e omofobia non abbiamo parlato. Del resto il collegamento tra Lamarck e queste due espressioni è difficile da scorgere. Il naturalista francese disquisisce su giraffe e piante, non su gay o popoli. Ciò nonostante l’importanza di Lamarck è fondamentale. Nonostante la sua teoria facesse acqua da tutte le parti e non si riuscisse minimamente a dimostrarla, il paradigma creazionista era talmente mal messo che l’evoluzionismo si fece strada e fu considerato da molti pensatori e scienziati. In particolare si fece strada e si impose l’idea che i caratteri acquisiti (con l’uso e il disuso, o in altri modi) potessero essere ereditari.

La prima metà del XIX secolo vede anche un prepotente sviluppo della psichiatria. Se la pazzia era vista in precedenza come possessione demoniaca o peccato o semplicemente come stupidità, con il biologismo illuminista diventa malattia. E pazzia sono considerati anche i comportamenti “deviati” ovvero contrari al modello morale e culturale della società. La psichiatria comincia quindi a studiare le malattie (vere o ritenute tali) della mente umana e se ne chiede l’origine.

Ma anche la società, che nella prima metà del XIX secolo vede l’esplosione del ceto medio, legge di più e si informa. Ma non sempre capisce del tutto quel che legge. L’evoluzione si fa strada nella mente di pensatori di ogni tipo e se ne applica il concetto anche ai popoli e alle “razze”. Comincia a presentarsi quella dicotomia netta tra scienza vera e autori che citano le teorie traendone conclusioni spesso assurde perfino dal punto di vista delle teorie che citano! Questo fenomeno (a volte nutrito da scienziati in malafede per interessi di altro tipo) è ancor oggi purtroppo assai diffuso.

Negli anni Cinquanta del XIX secolo vengono pubblicate due opere fondamentali per il razzismo e l’omofobia. La prima, del 1853, è scritta da un diplomatico francese il quale distorce la realtà e cita a sproposito una serie di fatti storici. È il “Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane” di Arthur de Gobineau (wiki). È la prima vera teorizzazione del razzismo “scientifico”, quello che porterà al nazismo. Nonostante la palese assurdità delle sue tesi (già alla luce delle conoscenze dell’epoca) il testo avrà un grande successo e influenzerà molto il pensiero di politici, filosofi e, purtroppo, anche di qualche scienziato.

La seconda opera, del 1857, è di ben altro tenore. Scritta da Bènèdict-Augustin Morel, psichiatra, si intitola “Trattato sulle degenerazioni fisiche, intellettuali e morali della specie umana”. La “teoria della degenerazione” sarà l’argomento del prossimo articolo perché, uscita dalla psichiatria e approdata in ambiti che con la scienza poco hanno a che spartire, è uno dei capisaldi delle idee omofobe e razziste e viene ancora sostenuta (sicuramente in malafede) da alcuni psichiatri o psicologi di orientamento “cristiano”.

 

Enrico
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