La pagina Facebook della “Angelo Bali Gay Guesthouse”, una lussuosa villa dell’isola indonesiana di Bali affittata ai turisti, non era molto diversa dalle altre: foto delle stanze, della piscina, della spiaggia. L’unica cosa che saltava all’occhio in queste foto era la presenza di bei ragazzi a petto nudo che si baciavano o abbracciavano. Guardando meglio si scopriva che la villa si presentava come un luogo solo per uomini, dove era consentito il nudismo. Insomma, un piccolo angolo di pace per accogliere ricchi turisti gay da tutto il mondo. E forse nessuno si aspettava che la pagina finisse sotto gli occhi di qualche moralista locale.
Risposte imbarazzate
E invece la pagina all’improvviso è diventata virale, facendo scoppiare un piccolo scandalo. Alla fine sono intervenute pure le forze dell’ordine, con la promessa di indagare. Indagare non si sa bene cosa, dato che l’omosessualità non è un reato in Indonesia (tranne che nella provincia autonoma di Aceh). E indagare non si sa bene perché, dato che, in mancanza di reato, non c’è neppure volendo la possibilità di chiudere o di sanzionare la struttura. Il consiglio è stato quello di “smorzare” la pubblicità rivolta esclusivamente a un pubblico omosessuale. E infatti i gestori hanno preferito chiudere la pagina Facebook, mentre rimangono attive le pagine su molti siti specializzati nel turismo gay. Sembra che, più che altro, si sia voluto dare un contentino agli omofobi.
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E un altro contentino è arrivato dal presidente dell’associazione delle ville di Bali, Gede Ricky Sukarta, che si è limitato a dire che preferisce pubblicità che valorizzino gli usi e i costumi locali, mentre “l’approccio di marketing della struttura non coincide con gli ideali del turismo a Bali“. Insomma, parole che rappresentano il minimo indispensabile per placare i moralisti, tra l’altro seguite subito dall’assicurazione che gli esercenti dell’isola non vogliono e non possono discriminare i clienti in base all’orientamento sessuale. Insomma, la preoccupazione principale non sembrano essere i turisti gay, ma la possibilità di perderli. Eppure questo piccolo scandalo mostra come l’intolleranza abbia fatto passi avanti anche a Bali, un’isola famosa proprio per la sua tolleranza.
Retate, ancora retate
A dire il vero, era tutta l’Indonesia, lo stato con più musulmani al mondo, a essere nota come un paese tollerante verso le minoranze religiose, culturali e anche sessuali. Negli ultimi anni, però, la retorica omofoba ha conquistato sempre di più la politica e anche diversi ministri hanno fatto dichiarazioni ferocemente aggressive contro la comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali). Se i rapporti omosessuali sono diventati illegali solo in una piccola parte del territorio nazionale, i raid di polizia contro gay e transgender si sono moltiplicati dappertutto, con la scusa di applicare la severa legge contro la pornografia.
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Proprio negli ultimi giorni il sindaco di Depok, Mohammad Idris, ha chiesto nuove retate contro le minoranze sessuali, prendendo come pretesto il fatto che la città ospita la famiglia di Reynhard Sinaga, un ragazzo indonesiano che è stato condannato nel Regno Unito per aver violentato decine e decine di uomini.
Braccio di ferro
Intanto continua a crescere l’influenza del Front Pembela Islam (Fronte dei difensori dell’islam), un gruppo di giustizieri fondamentalisti che aggredisce le minoranze e gode dell’indifferenza sostanziale, se non proprio del sostegno, delle forze dell’ordine. Ma cresce anche la resistenza della popolazione contro la deriva integralista dello stato: nonostante avesse il sostegno del governo, una proposta di legge per criminalizzare i rapporti sessuali omosessuali e quelli extra-matrimoniali è stata abbandonata grazie alla forte mobilitazione degli studenti.
Pier Cesare Notaro
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