“Le autorità egiziane sembrano voler battere il record regionale delle peggiori violazioni dei diritti delle persone LGBT, mentre la comunità internazionale mantiene un silenzio spaventoso” dice Rasha Younes, ricercatrice sui diritti delle minoranze sessuali per Human Rights Watch (HRW). Il suicidio in esilio di Sarah Hegazi, la ragazza lesbica che era stata violentata e torturata durante la sua prigionia in Egitto, ha sollevato un’ondata di indignazione che però, come succede quasi sempre, è durata pochissimi giorni. E così, nell’indifferenza generale, “l’Egitto ha continuato senza battere ciglio a perseguitare e aggredire le persone LGBT solo e unicamente per quello che sono“, come dimostrano le 15 storie di sconvolgente brutalità raccolte proprio da HRW.
L’incubo in molti casi inizia all’improvviso: arrivano dei poliziotti e ti fermano per strada, in un ristorante, mentre fai la coda in banca. Ti arrestano perché il tuo aspetto non rispetta le aspettative di genere, sei troppo mascolina, troppo effeminato, il tuo modo di vestire o di muoverti ti fa sembrare trans o omosessuale. “Ripuliamo le strade da tutti i froci” hanno spiegato gli agenti quando hanno arrestato per la prima Salim, un ragazzo di 25 anni. “Una decina di poliziotti ha iniziato a picchiarmi da ogni lato – racconta il giovane – Poi mi hanno portato in una stanza minuscola, dove mi hanno fatto stare al buio in piedi, con mani e piedi legati con le corde, per tre giorni. Non potevo andare in bagno: me la sono fatta addosso, ho anche defecato nei miei vestiti“.
Test di verginità
Aya, un’attivista per i diritti LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) di 28 anni, è stata arrestata dopo una manifestazione contro l’inflazione e accusata di “appartenenza a un gruppo terrorista con la finalità di interferire con la costituzione“. Anche lei ha subito un violentissimo pestaggio di gruppo da parte dei poliziotti, che poi l’hanno interrogata per dodici ore di fila e rinchiusa in un cella con altre 45 donne. Ma quello che ricorda con particolare terrore sono i cosiddetti “test di verginità”, forme di tortura che le forze dell’ordine egiziane utilizzano regolarmente per distruggere psicologicamente le donne che osano protestare contro il regime.
“Un poliziotto mi ha costretta a spogliarmi davanti ai suoi colleghi – racconta Aya – Io singhiozzavo, ma mi ha fatto allargare le gambe e ha guardato dentro la mia vagina, poi nel mio ano. Mi ha costretta a farmi una doccia davanti a lui“. Un’altra volta “una poliziotta mi ha fatta spogliare, mi ha afferrato e strizzato i seni, poi mi ha afferrata per la vagina, ha aperto il mio ano e ci ha infilato la mano così in profondità che ho sentito come se strappasse qualcosa. Ho sanguinato per tre giorni e ho avuto difficoltà a camminare per settimane. Non potevo andare in bagno e ho iniziato ad avere problemi di salute, di cui soffro ancora oggi”.
Test anali
La tortura destinata agli uomini sospettati di omosessualità è invece il test anale. Alaa e un suo amico, arrestati mentre facevano la coda in banca, lo hanno subito nel 2018: “Il medico legale ha inserito con la forza nel mio ano prima le dita, poi un oggetto. Non ho parole per descrivere quanto mi sono sentito umiliato“. Alaa era già stato arrestato nel 2007 e aveva subito talmente tanti pestaggi e stupri durante la detenzione che ora riesce a muoversi solo con l’aiuto di una stampella. Nel 2018 ha mostrato la sua tessera di disabile ai poliziotti che lo stavano pestando, ma l’ufficiale di più alto grado gli ha risposto che poteva “ficcarsela nel culo” e poi ha ordinato a un agente di infilarla davvero nell’ano di Alaa. Il poliziotto ha eseguito l’ordine senza fiatare.
Anche Hamed, 25 anni, è stato portato davanti a un medico legale per subire un test anale: “Mi hanno fatto spogliare e il medico mi ha infilato un oggetto nell’ano. Faceva così male che non riuscivo a smettere di urlare“. Per far cessare il dolore Hamed ha detto di avere l’AIDS, al che il dottore ha preferito allontanarsi da lui. Il ragazzo era stato arrestato per strada da un poliziotto, che, quando ha scoperto che in passato era stato condannato per dissolutezza e prostituzione, gli ha requisito il cellulare per poi scaricarci sopra app di incontro per soli uomini e fotografie pornografiche gay. “Ti darò in pasto ai soldati, ti violenteranno uno dopo l’altro” era stata la promessa dell’agente, che ha anche fatto outing contro Hamed su internet.
L’imboscata
Hanan, una ragazza transgender, è stata arrestata quando aveva appena 17 anni: su Grindr aveva preso un appuntamento in un ristorante con un uomo, ma quando è arrivata ad aspettarla c’era invece la polizia. Le prove della sua colpa, oltre alla conversazione sull’app di incontri, sono state alcune fotografie in cui era vestita con abiti femminili e un biglietto per il concerto dei Mashrou’ Leila. Anche Hanan ha subito la sua dose di botte e un test anale. Gli agenti l’hanno anche fatta spogliare nuda davanti a tutti, per esaminare il suo corpo e farle domande come: “Ti depili?“, “Come mai hai il seno?“, “Perché hai i capelli lunghi?“.
La sua detenzione è iniziata in una stanza del tribunale in cui, in uno spazio largo 2 metri per 3, erano rinchiuse altre 35 persone tra uomini gay e donne trans. Poi è stata trasferita in un carcere maschile. “Ho subito molestie e violenze sessuali e verbali, mi prendevano in giro. Mi toccavano mentre dormivo e così ho smesso di dormire. I poliziotti mi picchiavano e intanto mi dicevano: ‘Ti insegneremo a essere un uomo’. E se opponevo resistenza ai loro abusi, mi torturavano con un tubo flessibile“. Hanan è rimasta per due mesi e mezzo in prigione prima che iniziasse il processo, nel quale è stata condannata a un mese di detenzione per “incitazione alla dissolutezza“.
Incubo senza fine
Adham ha 22 anni ed è stato fermato da due poliziotti che, controllando il suo cellulare, hanno scoperto una conversazione con un altro uomo con alcuni riferimenti sessuali. Dopo averlo pestato, lo hanno portato al commissariato, dove gli hanno ordinato di firmare una confessione in cui avrebbe dovuto ammettere di essere colpevole di “immoralità e incitazione alla dissolutezza“, “commercio sessuale” e “tentativo di soddisfare desideri sessuali proibiti con uomini in cambio di denaro“. Quando Adham si è rifiutato di firmare, i poliziotti lo hanno portato in una cella dove si trovavano altri prigionieri. “Un poliziotto ha detto: ‘Ora li obbligo a scoparti, frocio schifoso’. Gli altri detenuti mi hanno aggredito verbalmente e violentato“.
Il giorno dopo la polizia ha portato il ragazzo davanti a un giudice che ha ordinato di liberarlo, ma gli agenti invece lo hanno riportato in cella, dove ha continuato a subire pestaggi e violenze sessuali da parte degli altri detenuti e dei poliziotti. Un mese dopo un nuovo giudice lo ha condannato a sei mesi di carcere per dissolutezza. Adham ha fatto appello e ha vinto la causa, ma la condanna in primo grado, anche se annullata in secondo grado, continua a comparire nel suo casellario giudiziario e questo gli impedisce di trovare lavoro. Come per le altre persone che hanno testimoniato per Human Rights Watch, la fine della detenzione non segna per nulla la fine dell’incubo.
Pier Cesare Notaro
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