Lingua araba e matrimoni gay: Israele vieta lo spot

Mira Awad nello spot israeliano per i diritti gay
L'araba Mira Awad è tra le protagoniste dello spot.

“È permesso parlare in arabo senza paura”. E c’è il diritto di scegliere e di sposare chi vuoi, “anche se sei gay”. Due frasi giudicate controverse e problematiche. E per questo al centro di una censura che sta facendo discutere la società israeliana, in cui le forze laiche e i difensori dei diritti umani si sentono sempre più a disagio.

Le frasi incriminate sono contenute nello spot “Human rights: because without I’m not equal” (Diritti umani: perché senza io non sono uguale”) dell’Association for Civil Rights in Israel (Associazione per i diritti civili in Israele; ACRI). La pubblicità, come spiega Adir Steiner, coordinatore del Gay Pride di Tel Aviv molto attivo nella lotta per il diritto al matrimonio per le coppie dello stesso sesso, “aveva lo scopo di aumentare la consapevolezza su diritti umani, uguaglianza, dignità e libertà” e nessuno si sarebbe aspettato che finisse al centro di una controversia.

Eppure la Seconda autorità per la televisione e la radio, l’organo pubblico israeliano incaricato di regolamentare i canali commerciali del paese, ha deciso di vietare la trasmissione dello spot, richiamandosi a una legge che proibisce alle TV commerciali di mandare in onda pubblicità che contengano messaggi “controversi” su “questioni politiche, sociali, pubbliche o economiche”.

INDIGNAZIONE E INQUIETUDINE TRA GLI ATTIVISTI

Dan Yakir, capo consulente legale di ACRI, ha notato come su nessun tema si possa raggiungere una posizione condivisa e pacifica, e quindi non controversa, in una società divisa come quella israeliana e si è detto preoccupato che un’autorità pubblica non riconosca i diritti umani come fondamento della società. Anche Steiner ha detto di essere rimasto scioccato da una decisione che interpreta come la prova del “molto lavoro che ci rimane ancora da fare” [Haaretz], nonostante proprio il governo si faccia vanto dei Gay Pride organizzati nel paese e dei locali gay che animano la vita notturna di Tel Aviv.

Sharon Abraham-Weiss, direttrice esecutiva di ACRI, è ancora più dura quando denuncia “un nuovo punto basso nel peggioramento della democrazia e della libertà di parola per tutti noi” all’interno del comunicato stampa di ACRI in cui annuncia l’intenzione di rivolgersi ai giudici contro la decisione dell’autorità di regolamentazione.

Israele, insomma, continua a garantire ai propri cittadini LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali) condizioni di vita molto migliori rispetto ai paesi confinanti, ma utilizza questo innegabile dato di fatto per giustificarsi quando boccia ripetutamente ogni proposta di legge a favore delle minoranze sessuali o quando chiude gli occhi di fronte all’aumento dei casi di omofobia [Il Grande Colibrì], come denuncia anche il nuovo centro di lotta all’intolleranza dedicato a una ragazza uccisa durante il Gay Pride di Gerusalemme da un ebreo fondamentalista [Il Grande Colibrì].

Per il governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu, in altre parole, la vocazione gay-friendly è centrale quando si tratta di dare un’immagine positiva del paese e di attrarre il turismo, ma diventa molto più debole quando si tratta di far viaggiare i diritti verso mete più libere e avanzate.

Pier
©2017 Il Grande Colibrì

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