Egitto, la solitudine degli LGBT e la nostra distrazione

L’Egitto impedirà agli omosessuali stranieri di entrare nel proprio territorio ed espellerà quelli già presenti, hanno raccontato i titoli di giornali e siti web. Incredibile, ma vero? La notizia non è una bufala, ma non è neppure una vera novità. Lo studente libico gay al centro della vicenda è stato espulso dall’Egitto per “prevenire la diffusione dell’immoralità nella società” (probabilmente, ma non sicuramente, a causa della sua sessualità) nel 2008. Negli ultimi giorni il Tribunale amministrativo egiziano ha semplicemente rigettato il ricorso del giovane libico (ahram.org). L’espulsione – conviene sottolinearlo – è avvenuta non oggi, ma sette anni fa, dettaglio che non solo dimostra come non si tratti di una politica nuova, ma che soprattutto dovrebbe ricordarci come si tratti di una prassi diffusa sin dai tempi del regime di Hosni Mubarak (paper-bird.net ricorda alcuni dei casi più noti).

Che strani i media occidentali – ironizza sui social media Fatima, attivista femminista del Cairo – Ci perseguitano e stanno zitti. Ci arrestano e stanno zitti. Ci torturano e stanno zitti. Chiediamo aiuto e stanno zitti. Poi ogni tanto trovano un fatto di cui non capiscono il contesto politico, sociale e culturale, lo trasformano in una storia strana e lo diffondono in tutto il mondo“. “Meglio di niente” conclude, ma è lecito chiedersi a cosa serva – e se serva – un’attenzione così discontinua e superficiale. E perché alcuni fatti importanti passano sotto assoluto silenzio. E come evitare che questo continui ad accadere.

Pochi si sono accorti, ad esempio, che ad inizio anno, in soli due mesi, il governo egiziano ha costretto alla chiusura ben 380 organizzazioni non governative (ONG; madamasr.com). E la stretta sulla libertà di associazione continua e sembra ora destinata a colpire anche le organizzazioni che combattono la diffusione dell’HIV tra gli uomini che fanno sesso con altri uomini: il ministero della solidarietà sociale ha fatto sapere che un’associazione che insegna il sesso sicuro a chi ha rapporti omosessuali è sotto indagine addirittura per violazione dell’articolo 11 della legge 84, cioè per “minaccia all’unità nazionale e violazione dell’ordine pubblico o della morale” (moss.gov.eg).

Insomma, dopo la promessa di paradiso della primavera di piazza Tahrir, l’Egitto ora subisce il continuo tentativo del governo militare di Abd Al-Fattah Al-Sisi di trasformare il paese in un inferno per le persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), con il solo scopo di offrire alla popolazione un capro espiatorio, una distrazione di massa rispetto al dispotismo e all’inefficienza dei militari al potere.

Dopo la rivoluzione le persone hanno pensato che potevano cambiare tutto. Le minoranze hanno acquisito visibilità: marciavamo per le strade, parlavamo e facevamo festa più liberamente. Questa ondata di visibilità si è sviluppata tra il 2011 e il 2012” ricordano Marwa e Amira, dell’associazione LGBT Bedayaa. Poi, con l’arrivo al potere dei Fratelli musulmani e ancora di più con il colpo di stato militare e “laico”, la situazione è completamente cambiata, come racconta un omosessuale: “Tutti i giorni sentiamo ripetere per strada e sui media che siamo malati, che siamo deviati, che siamo ossessionati dal sesso. E che trasmettiamo l’AIDS. E che andremo all’inferno” (360.ch).

Nella distrazione generale e persino tra gli applausi di chi ha festeggiato la caduta di un governo islamista (ma eletto democraticamente) e l’avvento di un regime sedicente laico, il governo di Al-Sisi è riuscito a stritolare quasi completamente il promettente movimento egiziano per la diversità sessuale. Bedayaa, nel 2011, era nata come associazione sorprendentemente dinamica sul piano tanto nazionale quanto internazionale e ora è ridotta ad un piccolo gruppo di auto-aiuto totalmente nascosto e clandestino. Anche gli attivisti, più o meno dichiarati, che operavano nelle organizzazioni per i diritti umani “generaliste” sono costretti all’inattività.

Transgender e omosessuali rischiano ogni giorno di subire un arresto, dolorosi e umilianti esami anali, torture e stupri di gruppo in carcere (ilgrandecolibri.com). E sono sempre più soli: sempre meno avvocati sono disposti ad assisterli, perché chi difende una persona LGBT è additato come omosessuale e rischia di fare la fine dei propri assistiti; le organizzazioni internazionali sono costrette ad abbandonare il paese; e l’opinione pubblica globale – poverina! – alla prima denuncia sulla persecuzione delle persone LGBT fa lo sforzo di sottoscrivere un appello, alla seconda denuncia riesce ancora a mettere un “mi piace” su Facebook, alla terza è già annoiata e rassegnata.

Cosa riserverà il futuro e cosa si può fare? Ahmed scrive su cairoscene.com: “A volte mi chiedo cosa servirebbe loro per accettarci. Dobbiamo protestare? Abbiamo bisogno del sostegno degli eterosessuali? Siamo condannati a vita? E’ anche solo minimamente possibile un movimento gay quando affrontiamo ogni giorno il rischio di essere arrestati?“. La risposta è nelle mani di quei pochi e coraggiosi attivisti che continuano a combattere nonostante tutto. E nella nostra capacità di ascoltarli, capirli e sostenerli con attenzione e continuità.

 

Pier
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