Diario dei rifugiati LGBT – Storia di una ragazza nigeriana

ragazza nigeriana
Una giovane donna nigeriana scrive fuori da casa

C’era una volta una ragazzina con tanta voglia di andare a scuola. I fratelli erano tanti e tutti maschi, ma nemmeno loro potevano andarci. Mamma e papà si davano da fare a coltivare e vendere le loro verdure. Bastava per sfamarli tutti e questo era molto.

Quando la ragazzina aveva dieci anni li venne a trovare una zia dalla città. Le piacque molto la ragazzina. Così si offrì di portarla con sé e farla studiare. Ne erano contenti, vedendo in lei un possibile futuro migliore. Alla zia però piaceva tenerla sempre vicina. Le comprava dolcetti, gelati e piccoli giochi. Le riservava tante carezze e baci perché era una zia molto affettuosa. Dal compimento dei tredici anni della nipote la zia iniziò ad invitare anche delle amiche a casa e a farle passare del tempo da loro. Erano affettuose anche loro.

Una volta, un paio d’anni dopo, la ragazzina vide un telegiornale nel quale parlavano di donne condannate a quattordici anni di prigione per atti contro natura. Capì che parlavano delle carezze della sua quotidianità, ma non sapeva che fossero pericolose. Le donne le avevano solo insegnato a non avvicinarsi mai ad un uomo perché erano cattivi. E lei aveva seguito sempre il consiglio.

Non parlò con nessuno, fosse anche solo perché non conosceva nessuno al di fuori della zia e delle sue amiche.

Ma un giorno la zia tornò a casa sconvolta. Le disse che le avevano scoperte e due amiche erano state punite e poi arrestate. Così tornò nel villaggio dai genitori. Raccontò tutto alla mamma, la quale piangendo le fece promettere che neanche una parola sarebbe arrivata alle orecchie del padre. Altrimenti non avrebbe nemmeno più corso il rischio dell’arresto.

Al mercato una signora gentile offrì il suo aiuto. L’avrebbe allontanata da tutti i pericoli portandola in Europa. Madre e figlia furono sollevate. Quando in aeroporto la ragazza si vide passare davanti un passaporto con la sua foto stentava a credere alla sua fortuna. Ora tutto sarebbe andato per il meglio. Forse avrebbe addirittura avuto l’occasione di imparare a leggere.

 

Arrivarono in una città in Italia. La gentile signora le diede dei vestiti per il giorno e per il lavoro. Le aveva già trovato un lavoro.

Quando per tre giorni di seguito si era rifiutata di eseguire quel lavoro, la signora e suo marito iniziarono a picchiarla.

Dopo due anni si trasferirono in Francia perché la polizia li stava infastidendo troppo. Cambiò poco nella sua situazione, fastidi di polizia inclusi. Una volta il marito della signora era anche stato tanto gentile da darle una bevanda che le avrebbe fatto tornare le mestruazioni. Era l’unico che non usava quel pezzo di gomma, tutti i giorni, dopo che lei lo aveva dato a tutti gli altri lungo la notte.

Dopo sei anni le diedero un documento e un biglietto per trasferirsi dalla sorella della signora in Italia. A metà strada scese dal treno, stracciò il documento e vagò per la città sconosciuta. Dormiva in stazione, si nascondeva dagli uomini, pescava quello che altri lasciavano cadere non mangiato nelle pattumiere. Finché non le si avvicinò un ragazzo che parlava la sua stessa lingua. Le disse che si era trovato in una situazione simile e aveva trovato qualcuno che lo aveva aiutato.

Questo ragazzo accompagnò personalmente la ragazza in un ufficio dove si potevano raccontare queste storie ed essere sollevati. Restò con lei per sincerarsi che arrivasse dalla stessa persona con la quale aveva parlato lui. Si vedeva che la ragazza si sarebbe volentieri appoggiata a lui davanti a quella persona. Ma lui non volle intrufolarsi in faccende private, quindi l’abbracciò piano e fece un cenno di grande preoccupazione e speranza alla persona dell’ufficio e uscì. Questa, sopra la scrivania che le divideva, si sporse pacatamente e sorrise con gentilezza alla ragazza. Le disse piano che era al sicuro. E che nulla che potesse raccontare avrebbe diminuito l’impegno a trovare insieme una nuova via. Che non sarebbe stato né breve né facile. Ma non era più sola.

 

Quando parlò di carezze femminili il sorriso non si affievolì. Nemmeno alla sconfitta di fronte alla necessità. Forse al senso di colpa vide un’ombra sul viso di fronte. Condivise la consapevolezza di essere incinta e scrutò alla ricerca di un giudizio. La persona dell’ufficio spiegò che in questo mondo c’era posto per lei. E se lo avesse desiderato , per il suo bambino. Aveva la possibilità di riflettere, e decidere da sé.
Capì di non avere le forze per sopravvivere insieme al frutto delle violenze. All’ospedale ricevette un farmaco senza spiegazioni e sanguinò fuori il feto nel bagno di un McDonald’s. Alla sua chiamata arrivò la persona dell’ufficio con tanto di figli appresso e la portò in ospedale infuriata.

 

La ragazza finalmente andava a scuola. Imparava non solo a leggere ma anche a scrivere. Non nella sua lingua, ma poco importava.

Poi le venne chiesto perché meritava un vero documento. Rispose con la sua storia. Commentarono che diceva poco e anche in modo poco coerente. Le avrebbero dato un piccolo documento perché si vedeva che era comunque abbastanza triste. Non era avvezza a scenate o pianti. Fiduciosa nonostante tutto, ringraziò e abbassò la testa in attesa di tempi migliori.

Ma la persona dell’ufficio sapeva che le cose avrebbero dovuto andare molto diversamente. La ragazza aveva tutto il diritto ad un grande e duraturo documento. Le fece incontrare un’avvocatessa che aveva già tante volte ripagato la fiducia di persone in situazioni come questa. E che non avrebbe risparmiato alcuna forza per far ottenere alla ragazza ciò che le spettava.

Infatti il tribunale decise di darle il massimo della protezione. Non contenti, l’avvocatura di Stato respinse questa decisione. Allora l’avvocatessa, forte del suo senso di giustizia, lavorò tanto e si rivolse alla corte che valuta le decisioni del tribunale. E finalmente, tre anni e mezzo dopo la richiesta di aiuto, alla ragazza fu confermato inderogabilmente di essere stata sincera, esaustiva e nei pieni diritti di tutta la protezione possibile.

 

Barbara Herzog
Storia dell’avvocata Antonietta Cozza
©2018 Il Grande Colibrì
foto: Arecfwins (CC BY-SA 4.0)

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