Tra cinema e tv, l’Asia racconta le sue transessuali

Hijra: transgender del subcontinente indiano

Gli amori contrastati dalle famiglie sono spesso alla base di grandi successi teatrali e cinematografici, ma rimane sorprendente il trionfo in Bangladesh di “Common Gender” di Norman Robin: il film, girato con pochissimi soldi e utilizzando attori sconosciuti, destinato inizialmente ad una mini-distribuzione in appena sei sale della nazione musulmana, oggi sta sbancando i botteghini su tutto il territorio dell’ottavo stato più popoloso del globo e ha già suscitato l’interesse di Bollywood. La storia, ispirata alle percosse pubbliche subite da una transessuale in un centro commerciale per aver utilizzato le toilette femminili, è quella dell’amore tra una hijra (una transgender del subcontinente indiano) ed un ragazzo, la cui famiglia si oppone con ogni mezzo alla relazione, fino ad ottenere il suicidio dell’odiata donna.

La comunità transgender locale ora spera che il film possa educare la popolazione al rispetto della diversità sessuale e magari portare l’opinione pubblica a interessarsi un po’ di più alle hijra, che proprio in questi mesi si stanno mobilitando come mai prima d’ora: ad ottobre, riporta l’AFP, sono state più di mille le transessuali che sono scese in strada nella capitale Dhaka per i propri diritti in una manifestazione sponsorizzata dal governo. Ma “Common Gender” dovrebbe far riflettere anche la vicina India, paese che, nonostante la recente depenalizzazione dell’omosessualità [Il Grande Colibrì], ancora impedisce ai film a tematica gay di essere trasmessi in tv: la censura ha colpito “I am” di Onir [Bollywood Life], opera che aveva trionfato agli oscar indiani a marzo [Il Grande Colibrì].

E dall’India, scavalcando il Nepal dove è stato recentemente riconosciuto il “terzo sesso” per le hijra (il concetto occidentale di transessualità descrive solo in parte la condizione di queste donne del subcontinente indiano nate in corpo maschile), arriviamo in Cina, dove continua a far parlare di sé la transessuale più vecchia del paese: Qian Jinfan, nato bambino, già a tre anni capì di essere una donna, ma ha aspettato l’ottantesimo compleanno per realizzare il suo sogno, vivendo pubblicamente la propria femminilità e ribattezzandosi Yi Ling. Ora, a 84, i media raccontano volentieri la sua storia e la sua vita quotidiana (China Daily in questi giorni la mostra mentre fa shopping, ad esempio), con una curiosità che, fortunatamente, si mantiene sempre rispettosa.

Ma, purtroppo, dall’Asia non arrivano solo belle notizie per chi contrasta i pregiudizi e le discriminazioni fondate sul binarismo di genere, anche se in questo caso le persone transessuali non c’entrano direttamente: nelle Filippine il generale di divisione Nonato Peralta ha ribadito che l’accademia militare è aperta anche a gay e lesbiche, basta che non vi siano effusioni pubbliche e che… non ci si travesta [The Philippine Star]. L’immagine che viene proposta, dunque, è quella di una relativa apertura sul tema dell’orientamento sessuale, ma di totale condanna per tutte quelle espressioni identitarie che sembrano contrastare il biblico “maschio e femmina li creò”.

Poi probabilmente la Bibbia conviene leggerla diversamente, come hanno deciso di fare i vescovi della Chiesa Episcopale statunitense, dichiarandosi a favore dell’ordinazione di ministri del culto transessuali. La reverenda lesbica Susan Russell ha spiegato: “La coraggiosa testimonianza dei nostri fratelli e delle nostre sorelle transgender è stata un dono straordinario per la chiesa. Continuiamo a crescere nella comprensione e nell’apprezzamento della diversità dell’amata famiglia umana di Dio”. E poco importa, di fronte alla volontà di rispettare il principio evangelico dell’uguaglianza, se, secondo molti osservatori, il crollo di fedeli episcopali di questi anni sia dovuto principalmente alle posizioni sempre più progressiste di questa chiesa.

Intanto continua la polemica nel Regno Unito per un articolo pubblicato un mese fa da The People in cui otto poliziotti intersessuali erano stati descritti come “ermafroditi”. Un termine ritenuto offensivo, degradante e stigmatizzante da molti attivisti LGBTQ*. Il giornale ha comunque rifiutato di presentare scuse. Ora gli risponde Y. Gavriel Ansara dell’Università di Varsavia su Pink News: “Il giornalismo responsabile deve tenere il passo con gli standard attuali. L’etica giornalistica richiede che autori e editori facciano attenzione a non rinforzare le disuguaglianze sociali attraverso notizie riportate in modo discriminatorio”. Parole che dovrebbero essere ripetute anche a tutti quei giornalisti italiani che continuano a scrivere “il transessuale Carla”…

 

Pier
©2012 Il Grande Colibrì
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