Lunedì 13 settembre il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione per rafforzare i diritti delle persone LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) all’interno dell’Unione Europea. Tra i punti presi in esame a Bruxelles c’è la richiesta ai vari stati membri di uniformare le proprie leggi in materia, così da garantire alle minoranze sessuali gli stessi diritti in tutta l’UE.
Un punto particolare riguarda i legami familiari. Ci sono paesi dell’Unione (Polonia, Lituania, Slovacchia, Bulgaria e Romania) che non riconoscono le unioni tra persone dello stesso sesso, mentre i diritti di genitori e figliə possono cambiare semplicemente attraversando una frontiera: anche per Grecia, Repubblica Ceca, Croazia, Ungheria e Cipro non è possibile avere due genitori dello stesso sesso. Il Parlamento dell’UE ha anche invitato a considerare come crimini su tutto il continente i discorsi di odio contro le persone LGBTQIA+, con un riferimento che può riguardare direttamente l’Italia, dato lo stallo nel quale la destra radicale (e non solo) ha fatto finire il DDL Zan.
E sono proprio due paesi governati da maggioranze sovraniste a essere finiti nel mirino del Parlamento Europeo: l’Ungheria, dove il governo nazionalista guidato da Viktor Orbán ha recentemente fatto approvare una legge che limita fortemente il diritto di parola e di espressione delle persone LGBTQIA+, e la Polonia, dove è in atto da anni una vera e propria guerra contro i diritti civili, condotta dal partito cattolico-nazionalista al potere dal 2014, Prawo i Sprawiedliwość (Diritto e giustizia; PiS).
Emergenza Polonia
Per Cecylia Jakubczak, dell’associazione polacca per i diritti della persone LGBTQIA+ Kampanii Przeciw Homofobii (Campagna contro l’omofobia), la risoluzione del Parlamento Europeo è “un altro segnale che viene mandato dal mondo alla Polonia per dirle che le persone LGBTQIA+ devono avere pari diritti, ed è un segnale molto importante. Abbiamo bisogno che venga fatto questo tipo di pressioni sul governo polacco, in modo che arrivino dei cambiamenti, come l’introduzione delle unioni civili o del matrimonio egualitario”.
La paura del “pericolo arcobaleno” è alimentata da anni dalla maggior parte dei media nazionali, che sono controllati dal governo in carica direttamente (come l’emittente pubblica TVP, campionessa di omofobia) o indirettamente, tramite proprietari legati in vario modo all’esecutivo o al PiS. Va inquadrata in questo contesto l’azione del governo di Varsavia per togliere le concessioni alle reti televisive con proprietà straniere, all’interno di una retorica nazionalista per la “ripolonizzazione” dei media con cui il PiS, in realtà, punta in modo esplicito al controllo della linea editoriale delle TV.
Le “zone libere da LGBT”
Una delle critiche che è fatta da almeno un paio di anni ai governanti polacchi, concerne quelle che vengono erroneamente, e in modo sbrigativo, dette “zone libere da LGBT”. Si tratta di amministrazioni locali (dove il PiS ha quasi sempre la maggioranza) che hanno approvato risoluzioni copia-incolla “contro l’ideologia LGBT” e “per la difesa della famiglia”. Il risultato diretto di queste risoluzioni è stato un ostacolo alla libertà di parola per i gruppi LGBTQIA+ sul territorio, ma quelli indiretti, e decisamente più gravi, sono stati una radicalizzazione delle azioni omofobiche e discriminatorie e un riconoscimento politico dell’omobitransfobia, che è stata uno dei pilastri delle ultime tre campagne elettorali del PiS e della Chiesa cattolica polacca.
E proprio mentre il Parlamento Europeo votava la sua risoluzione, è scaduto il tempo che la Commissione aveva concesso ad alcune amministrazioni locali, secondo una linea che era già stata dettata lo scorso anno dalla presidente Ursula voi der Leyen, che ha definito le “zone libere da LGBT” come “zone libere dall’umanità”. La svolta politica di Bruxelles potrebbe negare i finanziamenti europei a cinque voivodati (governi regionali) che hanno approvato risoluzioni omobitransfobiche. Si tratta dei voivodati della Piccola Polonia, di Lublino, della Santacroce, di Łódz e della Precarpazia, tutti amministrati dal PiS e tutti situati nel sud-est del paese, dove è stata votata la maggior parte delle risoluzioni anti-LGBT.
Bruxelles fa sul serio?
“Non sono più semplici avvertimenti – ha ammonito Kamil Maczuga, un autore di Atlas of Hate (Atlante dell’odio) – Queste sono precise prese di posizione: la Polonia non ha mai preso sul serio le lettere della Commissione, non ha risposto alle domande come sarebbe stato d’obbligo. Ora siamo davanti a un ultimatum che dice: ‘O cambiate rotta, o non avrete i soldi’”.
Alcuni dei voivodati, in realtà, hanno provato a muoversi in questa direzione, anche se in modo non del tutto soddisfacente. Piotr Pilch, membro dell’esecutivo del voivodato della Precarpazia, ha ammesso di avere ricevuto la lettera, che ha definito come un ricatto, e che “ci stiamo lavorando”, ma, a quanto sembra, senza grande fretta, nonostante le scadenze poste dalla Commissione. Witold Kozłowski del PiS, maresciallo (cioè capo dell’esecutivo del governo locale) del voivodato della Piccola Polonia, ha invece tentato la strada del maquillage: un mese fa ha offerto alla Commissione un cambiamento nel testo della risoluzione in esame, sostituendo il termine “LGBT” con la frase “cultura sessuale di ideologia neomarxista”. Per la cronaca, l’offerta è stata respinta.
Si deve considerare che il governo polacco (come quelli di altri nove paesi dell’UE) non ha ancora visto approvato il proprio programma di spesa per avere accesso ai finanziamenti europei straordinari previsti per fronteggiare la crisi dovuta alla pandemia di COVID-19. Secondo quanto stabilito precedentemente, i finanziamenti potranno essere approvati solo in caso di rispetto dei principi sui quali si basa l’Unione Europea. La critica della Commissione Europea ai governi di Polonia e Ungheria non si limita alla questione delle discriminazioni delle persone LGBTQIA+, ma riguarda anche le posizioni prese dai loro rappresentanti in materia di immigrazione, diritti delle donne, controllo della politica sui media, le ONG, la giustizia e l’istruzione.
Alessandro Garzi
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Alessandro Garzi: “Ho sempre avuto un interesse per i diritti civili. Al momento, cerco di capire qualcosa sulle politiche verso le persone LGBTQIA+ nei paesi dell’Europa centrale ed orientale, e di far conoscere cosa sia l’orientamento asessuale e il mondo che lo circonda” > leggi tutti i suoi articoli



