Da Botswana e Uganda due artiste unite per i diritti LGBT

Adong Judith e Katlego Kolanyane-Kesupile
Adong Judith (sx) e Katlego Kolanyane-Kesupile (dx)

Botswana e Uganda, due paesi che si incontrano per combattere l’omotransfobia con il volto di due donne (Katlego Kolanyane-Kesupile, drammaturga transgender botswana, e Adong Judith, regista eterosessuale ugandese) che fanno delle loro passioni uno strumento per la lotta a favore dei diritti delle minoranze sessuali. Katlego, fondatrice del Queer Shorts Showcase Festival (Festival-vetrina dei corti queer), con il suo personaggio cerca di avvicinare la realtà omosessuale e trans agli occhi della gente, mentre Adong realizza film e spettacoli teatrali a tematica LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersessuali e asessuali), tentando di sviluppare dibattiti e smuovere le coscienze degli spettatori [Face2Face Africa].

L’omofobia in Uganda

Ci vuole molto coraggio a lottare per i diritti LGBTQIA nei loro paesi: in Uganda il 96% delle persone crede che le minoranze sessuali non dovrebbero essere accettate dalla società [Pew Research]. Le leggi ugandesi criminalizzano i rapporti omosessuali in modo molto restrittivo. E la situazione si è aggravata ancora di più nel febbraio 2014, quando è diventata motivo di reato anche la promozione dell’omosessualità o la “complicità”, cioè l’essere a conoscenza di qualcuno che ha avuto un rapporto con una persona dello stesso sesso senza denunciarlo alla polizia [Il Grande Colibrì]. Insomma, in Uganda a essere omosessuali si rischia, e anche molto: chi potrebbe scordarsi, per esempio, il caso della bambina di 8 anni “arrestata” perché “lesbica”? [Il Grande Colibrì].

[per approfondire: Omofobia in Africa: come evitare letture fuorvianti]

Adong non si è avvicinata sin dagli inizi del suo attivismo alla causa omosessuale e confessa che ha cominciato la sua militanza per i diritti umani partendo dalla guerra nel sud dell’Uganda, senza soffermarsi troppo sui diritti negati alle minoranze sessuali. Di certo non la discriminava, ma l’argomento non era la sua priorità. Nel 2011, durante un lavoro in una comunità teatrale a New York, le capitò di collaborare con un mentore gay e realizzò che, se quel ragazzo fosse stato ugandese, non avrebbe potuto realizzare i suoi sogni, perché la sua vita sarebbe stata in pericolo [CNN].

Anche il Botswana ha leggi di derivazione coloniale contro gli atti “contro natura” tra persone dello stesso sesso, ma ha fatto qualche passo avanti dal 2010 garantendo la non discriminazione sul lavoro e riconoscendo da quest’anno la costituzionalità del cambio di sesso. Un anno fa fu riconosciuta dal paese africano la prima associazione gay, ma come sappiamo questo non basta affinché non si verifichino le brutali violenze che ogni giorno accadono.

[per approfondire: Leggi anti-gay, il colonialismo è ancora determinante]

“Cancro colpa dei gay”

Intanto Newsdze Zimbabwe sfoggia un interessante titolo: “L’impennata di casi di cancro anale è colpa del sesso gay”. I risultati di uno studio recente su questo tipo di tumore sono stati presentati pochi giorni fa durante la 25esima edizione della Giornata della ricerca medica dell’Università dello Zimbabwe [Chronicle]. Sebbene nello studio si affermi che il presunto aumento potrebbe essere anche frutto dello sviluppo della medicina che è sempre più dotata di strumenti efficaci per rilevare determinate malattie che prima non era possibile decifrare, pare più facile seminare discriminazione invece che parlare di prevenzione e dei passi avanti della medicina nel paese.

Così, se è vero che tra le cause dell’aumento sono menzionati anche i rapporti tra uomini, la testata giornalistica ci mette del suo per rimarcare e strumentalizzare la notizia, con tanto di immagine di manifestanti che sventagliano un cartello con scritto un passo (del tutto deformato) della prima lettera di san Paolo a Timoteo: “Gli omosessuali non entreranno nel regno di Dio”. E i commenti all’articolo si possono ben immaginare.

 

Ginevra
©2017 Il Grande Colibrì

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