Jihad anale e gay arrestati, l’Egitto “laico” dei militari

L’omosessualità viene usata per rafforzare l’integralismo religioso? Senza dubbio. Ma l’omosessualità può essere usata altrettanto efficacemente anche per attaccare gli integralisti religiosi. Succede in Egitto, dove l’ex imam Mazhar Shahin ha spiegato su Al-Tahrir TV come i Fratelli musulmani siano “un branco di imbonitori senza nessuna speranza che ha raggiunto uno stato di pazzia, stupidità, oscenità, eccetera… fino al livello più alto che si possa immaginare“: secondo il predicatore, i decani dell’organizzazione islamista avrebbero emesso una fatwa, cioè un parere consultivo, che autorizzerebbe il “jihad anale“. In altre parole, agli islamisti, quando sono lontani dalle proprie mogli, sarebbe concesso di “praticare l’omosessualità tra loro, pensando, a torto, che questa costituisca il jihad in nome di Allah“. “Questa cosa è spregevole, sciocca e stupida” chiosa indignato il telepredicatore.

Le accuse di Mazhar Shahin sono ovviamente prive di fondamento, ma bisogna notare come l’Egitto sia tornato ai tempi di Mubarak: il regime militare laico, per distrarre la popolazione dalle proprie malefatte e incapacità, si presenta come il tutore della purezza morale. E lo fa perseguitando i gay: non solo utilizza l’accusa di omosessualità come un’arma per denigrare l’avversario politico, ma soprattutto sta procedendo ad alcuni clamorosi arresti di massa, che vengono sempre più spettacolarizzati seguendo sfacciatamente la logica del “panem et circenses” (ilgrandecolibri.com). Se “stranamente” alcuni noti bordelli maschili non subiscono noie, la polizia tende agguati sui social network, promettendo incontri sessuali a ragazzi gay che vengono arrestati quando si presentano sul luogo dell’appuntamento.

E’ lo stesso trucco con il quale la polizia religiosa in Arabia Saudita ha arrestato un ragazzo di 24 anni che aveva postato su Twitter messaggi che avrebbero promosso l’omosessualità e richieste di incontri sessuali con altri uomini. La posizione del giovane si è aggravata per il fatto che, sul suo smart phone, sono state trovate immagini pornografiche gay, che il ragazzo avrebbe scambiato con altri utenti del social network. Il procuratore ha chiesto la condanna a morte, ma il giudice ha deciso di essere “clemente”: il ragazzo è stato condannato a ricevere quindici serie da trenta frustate, per un totale di 450 scudisciate, e a scontare tre anni nell’assurdo inferno delle carceri saudite (alwatan.com.sa), dove gli omosessuali sono ammassati a decine in celle speciali, come ha testimoniato un ex detenuto gay (ilgrandecolibri.com).

In Marocco, nel frattempo, sono state drasticamente ridotte, ma non cancellate, le pene detentive nel processo d’appello contro un gruppo di gay condannati a maggio (ilgrandecolibri.com): la richiesta dell’avvocato difensore, che aveva definito l’omosessualità dei suoi clienti come una malattia e aveva per questo invocato un trattamento in un centro di rieducazione al posto della carcerazione, (per fortuna?) non è stata accolta dal giudice (abc.es). Intanto, però, è finita in prigione la campionessa di ciclismo Asmae Namli: avrebbe sedotto una ragazza minorenne promettendole un matrimonio omosessuale, ma poi in realtà l’avrebbe venduta a un uomo che l’avrebbe drogata e violentata (le360.ma). Nonostante il coinvolgimento di una minore, la stampa generalmente non ha proposto paralleli tra pedofilia e omosessualità.

D’altra parte, “se un uomo adulto compie atti sessuali su un ragazzo giovane, si tratta di abusi su minore, che sono spesso legati alla pedofilia e che non hanno nulla a che fare con l’omosessualità: l’omosessualità è un orientamento sessuale normale e sano, caratteristico di alcune persone sin dalla nascita, mentre la pedofilia, al contrario, è un disturbo psicologico che, se tradotto in azioni, deve essere condannato come un abuso“. A ricordarlo è Shudha Chowdhury all’interno di un’inchiesta sugli stupri maschili su bdnews24.com, il sito di informazione più letto in Bangladesh. Ma a cercare sul web si scoprono cose ancora più interessanti: in Iran il sito della statale Press TV non permette i commenti razzisti, sessisti e omofobici perché rappresentano “espressioni d’odio” e “alimentano l’intolleranza” (presstv.ir).

Sono le stesse motivazioni che hanno spinto la Corte costituzionale della Turchia a stigmatizzare, equiparando i discorsi omofobici a quelli d’odio basati su razza, etnia e colore, esplicitamente sanzionati dalla legge, un sito Internet che aveva definito l’associazione omosessuale e transgender Kaos LGBT come una “associazione di pervertiti“, Il giudice supremo Osman Alifeyyaz Paksut ha tenuto a sottolineare come l’offesa e la denigrazione degli omosessuali non abbia nulla a che fare con la libertà di espressione e di stampa e come “il governo abbia il dovere assoluto di prevenire la discriminazione, l’emarginazione e l’odio rivolto contro le persone con diverso orientamento sessuale“. Insomma, una sentenza che dovrebbe far sprofondare di vergogna gran parte dei politici italiani.

 

Pier
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