Stiamo assistendo a una ridefinizione su grande scala degli equilibri geo-politici mondiali in un contesto di forte tensione tra le due principali potenze del pianeta: in questi giorni si susseguono le incursioni di aerei da guerra cinesi nei cieli di Taiwan (dove da tempo per moltə espertə si tratta di capire solo quando e come reagire a un tentativo di invasione da parte di Pechino), ma da tempo si moltiplicano anche i pattugliamenti delle portaerei statunitensi nelle acque del Mare Cinese Meridionale su cui la Cina rivendica il controllo. E non parliamo neppure della guerra commerciale, delle sanzioni economiche, dello scontro tecnologico… Tutto questo, però, passa spesso inosservato da chi lotta per i diritti umani, come se fossero questioni irrilevanti o “estranee”.
E invece i movimenti per i diritti umani, compreso il movimento LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali), farebbero bene a dedicare molta attenzione a questo contesto intricato e incandescente, un po’ per evitare di rincorrere gli eventi nel ruolo di spettatori impreparati ed ingenui, un po’ perché, come scrive Nathan Levine, esperto dell’Asia Society Policy Institute, “la competizione ideologica [sui diritti umani; ndr] farà inevitabilmente parte della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, che ci piaccia o no“. Conviene allora iniziare ad analizzare meglio la situazione.
Il nocciolo della questione, per dirla in poche e semplici parole, è che la Cina si avvicina a diventare la prima potenza economica e vuole assumere un nuovo ruolo da protagonista a livello globale, con politiche neocolonialiste e un comportamento fortemente aggressivo nei confronti dei paesi vicini. Gli Stati Uniti, che sul neocolonialismo fondano la propria potenza, vogliono contenere la potenza cinese, accerchiandola con nuove alleanze militari e con esercitazioni belliche sempre più impressionanti. E in tutto questo i diritti umani sono citati più e più volte da tutte le parti, ma sempre a sproposito e sempre e solo in un’ottica propagandistica.
Guerra fredda
In una situazione così complessa, spesso la stampa non aiuta a farsi un’idea precisa di cosa succede e di che importanza abbia. La nascita dell’AUKUS, l’alleanza militare tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti, è stata addirittura presentata dalla stampa italiana come una questione di gossip: Joe Biden ha rubato alla Francia un lucroso affare con l’Australia e così Emmanuel Macron ha messo il muso. Invece i giornali di altri paesi, dove la politica estera viene trattata con meno superficialità, hanno proposto approfondite analisi sull’aumento inquietante delle tensioni tra USA e Cina, spesso evocando una nuova guerra fredda.
La vendita all’Australia di sottomarini americani a propulsione nucleare, anche se non dotati di armi nucleari, ha portato la Nuova Zelanda a rifiutare di partecipare all’alleanza e spaventa soprattutto gli stati del sud-est asiatico, per cui, come nota il professore di studi asiatici James Chin, la scelta non avrebbe alcun senso se non nella prospettiva di acquisire armi nucleari in futuro. Come riassume Stephen M. Walt, docente di relazioni internazionali ad Harvard, “i reattori utilizzati nei sottomarini nucleari statunitensi richiedono uranio altamente arricchito e l’Australia avrà accesso a questa tecnologia man mano che la sua flotta si espanderà. Dal punto di vista della proliferazione nucleare, è un passo verso un aumento delle infrastrutture nucleari“.
In questo inquietante contesto, si usano i diritti umani come fumo da gettare negli occhi del pubblico. Da una parte Joe Biden invoca la difesa della libertà contro la dittatura e sta organizzando un “summit della democrazia” da tenersi, probabilmente virtualmente, nei prossimi mesi; dall’altra Xi Jinping continua da anni a presentare i diritti umani come il cavallo di Troia con cui l’Occidente vorrebbe “spaccare la Cina apertamente e segretamente“. Se però crediamo che i diritti umani debbano essere al centro della politica internazionale, occorre cercare di capire quali strategie realistiche adottare per difenderli, senza fermarsi alle parole di uno o dell’altro. Per questo proponiamo alcuni spunti su cui confrontarsi per far emergere possibili risposte.
La Cina
Il bilancio catastrofico della Cina per quanto riguarda i diritti umani è stranoto: oggi si parla giustamente molto della repressione della democrazia a Hong Kong e della pulizia etnica in corso contro la popolazione uigura, minoranza etnica a maggioranza musulmana dello Xinjiang, mentre altre questioni (dal Tibet alle libertà delle popolazioni rurali) sembrano non suscitare più interesse o non lo hanno mai suscitato. La lunga storia liberticida del regime di Pechino, però, non ha mai rappresentato un ostacolo insormontabile nei rapporti tra l’Occidente e la Cina, la cui interdipendenza è anzi cresciuta nel corso degli anni. Per gli Stati Uniti l’unico vero problema oggi sono le ambizioni di Pechino.
Xi Jinping ha lanciato il più grande piano di investimenti all’estero della storia, la “Nuova via della seta”, elargisce aiuti allo sviluppo in mezzo mondo, partecipa con grande impegno alle forze di mantenimento della pace e si è proposto come leader in alcuni dei principali dibattiti globali, dal clima al commercio, approfittando dell’indebolimento del ruolo statunitense durante la presidenza di Donald Trump. Nel 2017, durante il 19° congresso del Zhongguo Gongchandang (Partito Comunista Cinese), è arrivato a proporre la “zhongguo fang’an” (soluzione cinese) come “una nuova opzione per gli altri paesi”. E la Cina si è mossa per presentarsi persino come alternativa alla democrazia per la difesa dei diritti delle minoranze sessuali.
Su questo punto in particolare, il regime del partito unico alterna momenti in cui asseconda le aperture sociali a momenti di censura contro il movimento queer o la visibilità delle persone LGBTQIA+. Quel che fa paura è la fantomatica perdita di virilità dei bambini, con le scuole che cercano di correre ai ripari: la presunta “effeminatezza” dei bimbi è vista come un pericolo per il futuro di una nazione che punta su un confronto muscolare dal punto di vista politico-militare ed economico. E così negli ultimi mesi si sono moltiplicate le cancellazioni di profili social di femministe e persone queer e le decisioni contro la rappresentazione di uomini che non corrispondano al perfetto stereotipo dell’eterosessuale cisgender tanto in televisione quanto nei videogame.
Gli Stati Uniti
Negli Stati Uniti le cose vanno ovviamente meglio per la comunità LGBTQIA+, mentre per la popolazione nera e per le persone migranti non si è vista una reale svolta rispetto alla presidenza di Trump (ma non dimentichiamo che da questo punto di vista anche Barack Obama era stato decisamente deludente). E a livello globale le necessità legale allo scontro con la Cina non annunciano nulla di buono: come nella “prima” Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno instaurato e sostenuto terribili dittature in ottica anti-sovietica e recentemente hanno armato e finanziato dittatori nella “guerra al terrorismo”, oggi chiudono entrambi gli occhi sui diritti umani quando si parla di alleati contro la Cina.
Se nell’AUKUS non c’è nessun problema ad accogliere l’Australia nonostante le sue politiche su protezione internazionale e cambiamento climatico (il fattore di gran lunga più devastante sul fronte dei diritti umani) siano tra le peggiori del mondo, va persino peggio nell’altro grande sistema di cooperazione militare anti-cinese messo in piedi dagli Stati Uniti, il Quadrilateral Security Dialogue (Dialogo quadrilaterale per la sicurezza; Quad): qui, oltre a USA, Regno Unito e Giappone, spicca l’India di Marendra Modi, cioè un regime sempre più autoritario e nazionalista basato sul fondamentalismo indù e sulla violenza contro la minoranza musulmana. Un despota nella crociata contro il dispotismo mostra quanto poco la questione reale sia il dispotismo…
L’Europa
In tutto questo l’Unione Europea scivola sempre più nell’irrilevanza, un po’ per la sua posizione geografica lontana dal nuovo baricentro del potere globale (il Pacifico) e un po’ perché non ha obiettivi condivisi né tra gli stati membri né tra le sue stesse istituzioni (il Parlamento Europeo in genere è molto più attento ai diritti umani di quanto lo siano Commissione e Consiglio). Il continente non sta certo dalla parte della Cina, ma non ne prende davvero le distanze perché valuta come molto rilevanti sia le opportunità della collaborazione con Pechino sia i rischi di una rottura. D’altra parte, non si schiera troppo neppure con gli Stati Uniti, su cui è sempre più difficile fare affidamento (la credibilità è crollata con Trump e Biden è ben lontano dal ricostruirla).
In realtà questa posizione a metà strada sarebbe una grande opportunità per svolgere un ruolo positivo e centrale: se ne avesse il coraggio, l’UE potrebbe essere l’elemento capace di far dialogare le due potenze sull’orlo di una crisi di nervi, lavorando per una distensione e allontanando la prospettiva di una escalation. Potrebbe persino lavorare seriamente sul fronte dei diritti umani, ma qui si impone un aspetto troppo spesso trascurato: la coerenza. Se la Cina, ma anche i paesi della regione indo-pacifica non allineati con lei, rinfacciano agli Stati Uniti la questione del Black Lives Matter o ricordano, per esempio, la strage di circa un milione di presuntə comunistə in Indonesia negli anni ’60, l’Europa può ergersi a paladina dei diritti in modo credibile?
Non bastano alcune conquiste per alcune fette della popolazione: è urgente che l’Europa faccia i conti con il proprio passato e con il proprio presente (con la profonda crisi democratica in Polonia e Ungheria, con le persone migranti lasciate morire ai propri confini, con le politiche neocoloniali in Africa, con le scelte egoistiche sui vaccini, eccetera). Da questo punto di vista, i movimenti per i diritti umani al suo interno dovrebbero imparare una lezione importante: focalizzare le lotte su singoli aspetti può portare a qualche passo avanti, ma non cambierà il quadro generale dei diritti umani. Servono strategie molto più ambiziose e molto più ampie: l’intersezionalità (quella vera, non quella limitata a uno slogan) è l’unica possibilità di avere un po’ di rilevanza.
Pier Cesare Notaro
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Pier Cesare Notaro: “Antifascista, attivista per i diritti delle persone LGBTQIA e delle persone migranti, dottore di ricerca in scienze politiche, mi sono interessato da subito ai temi dell’intersezionalità” > leggi tutti i suoi articoli



