India, trans licenziata: “La marina è vietata alle donne”

Sabi Giri trans cacciata dalla marina indiana
Sabi Giri, ragazza trans cacciata dalla marina indiana

Mentre su Vogue India appare in copertina la prima modella transessuale di colore, Leyna Bloom [Mic], una ragazza transessuale nell’est del paese cerca di combattere per i propri diritti: “Mi hanno scelta per il mio potenziale e il mio talento, giusto? Se ho ancora il coraggio di premere il grilletto per sparare ad un nemico, se ho ancora la capacità di fare il mio lavoro, perché il mio genere dovrebbe essere un problema?”. Quante volte abbiamo pensato a una frase del genere di fronte a casi di omotransfobia, o magari di fronte a noi stessi quando qualcuno ci ha guardato con occhi diversi dopo il coming out?

Lei è Sabi Giri, donna trans di 25 anni che, dopo 7 anni di contratto, è stata licenziata dalla marina indiana quando ha reso nota la sua volontà di cambiare sesso a tutti gli effetti. L’ambiente lavorativo le è stato ostile fin dall’inizio, dal momento che i medici interni si rifiutarono di aiutarla quando realizzò di sentirsi stretta in un corpo maschile. Successivamente, a maggio dello scorso anno, si è recata da un medico privato che le ha diagnosticato la disforia di genere. Dopo il congedo preso per l’operazione a Delhi, la marina l’ha tenuta in isolamento in una cella per 6 mesi, secondo lei per provare la sua instabilità mentale, ma poi, non riuscendoci, l’ha liberata. E oggi la licenzia.

La marina si difende sostenendo che Sabi non aveva informato della sua volontà di operarsi e che loro non possono accettare una persona transessuale: anche se nessuna legge regola la gestione di una dipendente trans nella marina, in effetti l’Indian Navy Act, introdotto nel 1957 dai britannici, menziona l’impossibilità per le donne di lavorare nella marina [The News Minute].

[per approfondire: Trans accoltellata alla gola, 3 ospedali rifiutano le cure]

Lesbica cacciata in Kerala

Sabi Giri non è l’unica ragazza a vedersi sbattere la porta in faccia: succede anche nel Kerala, lo stato della penisola indiana che solitamente si identifica come più aperto a livello sociale verso le persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersessuali e asessuali). Shilpa, 20 anni, viveva nella Sree Chitra Home, istituzione caritatevole per accogliere e curare i poveri e gli infermi, a causa delle condizioni di miseria in cui versa la sua famiglia. Ma dal mese di giugno non è più ammessa, non può più entrarci, anche se ne veniamo a conoscenza solamente adesso grazie alla denuncia dell’attivista transgender Syama S. Prabha.

La colpa di Shilpa? Le sue “tendenze lesbiche”. La struttura, usando il solito copione, sostiene di averla cacciata per condotta negativa e non per la sua omosessualità. Shilpa e Syama hanno già intrapreso le vie legali, ma non sarà certo facile combattere con un’ istituzione radicata e sostenuta anche finanziariamente dalle autorità [Deccan Chronicle].

[per approfondire: India: per le ragazze che si amano denuncia e licenziamento]

Cure gratis nel Chhattisgarh

Per scorgere l’altra faccia dell’India dobbiamo spostarci a Raipur, nel Chhattisgarh. Qui, presso il Memoria Hospital, la comunità transgender riceve trattamenti personalizzati ed eventualmente operazioni gratuite. Il governo di questo stato dell’India sta lavorando attivamente per l’uguaglianza delle persone trans e per la loro integrazione, prefiggendosi di cambiare l’idea sbagliata che la società ha di loro. Educazione, assistenza sanitaria e alloggi sono alcuni degli ambiti su cui le autorità si stanno impegnando, attraverso comitati a livello distrettuale che individuino i cittadini transgender [Your Story].

In India c’è generalmente un’attenzione maggiore verso le persone transessuali che verso quelle omosessuali, forse per la loro tradizione delle hijra [Il Grande Colibrì] e per le dolorose leggi coloniali contro l’omosessualità [Il Grande Colibrì]. Purtroppo però la situazione è alquanto frastagliata. Passi avanti e passi indietro vanno paradossalmente a braccetto. A cosa porta, per esempio, aiutare le persone transessuali nel loro iter, se poi potranno lavorare dignitosamente e dare un senso alla loro vita solo in rare zone (e non completamente)? Gli stati che stanno prendendo la strada giusta devono assolutamente farsi sentire in tutto il paese: c’è bisogno di uniformità.

 

Ginevra
©2017 Il Grande Colibrì

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