Diritti LGBT in Tunisia: storico rapporto all’ONU

Manifestanti per i diritti delle persone LGBT a Tunisi

Questo pomeriggio la Coalizione tunisina per i diritti delle persone LGBTQI, in collaborazione con EuroMed Droits e con la fondazione Heinrich Boll, ha presentato nella sala Rio di Tunisi un rapporto sulla situazione di gay, lesbiche, bisessuali, transgender, queer e intersessuali nel paese nordafricano che presenterà al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite in occasione dell’Esame periodico universale di maggio. Il Grande Colibrì presenta la traduzione integrale di questo importantissimo testo.

Dalla rivoluzione del 2011 la Tunisia ha realizzato passi avanti considerevoli nel rispetto dei diritti e delle libertà, consacrati in particolare dall’adozione della costituzione del 27 gennaio 2014. Ma, se ci sono passi avanti per le libertà e i diritti collettivi (in particolare libertà di associazione, di riunione, di espressione…), al contrario le libertà individuali sono in declino e le violazioni di questi diritti sono sempre più frequenti. Più precisamente, la situazione delle persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali) merita un’attenzione particolare.

In questo contesto, la Coalizione tunisina per i diritti delle persone LGBTQI (formata da Damj associazione tunisina per la giustizia e l’uguaglianza, Chouf, Kelmty, iniziativa Mawjoudin per l’uguaglianza e Shams), con il sostegno di EuroMed Droits, presenta questo rapporto in occasione dell’Esame periodico universale della Tunisia previsto dalle Nazioni Unite per maggio 2017.

QUADRO GIURIDICO

Questo rapporto si concentra principalmente sulla questione giuridica dal momento che la Tunisia deve rendere tutte le proprie leggi in vigore conformi alla costituzione del 2014 e delle convenzioni internazionali che ha ratificato. Questo è un presupposto necessario affinché il paese completi la propria transizione democratica e realizzi uno stato di diritto.

Ricordiamo che la Tunisia non ha aderito a due raccomandazioni nel quadro dell’ultimo Esame periodico universale del 2012 che avevano chiesto la cancellazione delle leggi che criminalizzano i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso adulte e consenzienti.

Lo stato tunisino usa principalmente l’articolo 230 del codice penale, che stabilisce che “la sodomia […] è punita con il carcere per tre anni”. Nella versione araba del testo, che prevale su quella francese, l’articolo 230 condanna chiaramente con una pena carceraria fino a tre anni l’omosessualità sia maschile che femminile.

Questo articolo è anticostituzionale perché poggia su una discriminazione basata sull’orientamento sessuale, mentre l’articolo 21 della costituzione del 2014 afferma che “i cittadini e le cittadine sono uguali nei diritti e nei doveri; sono uguali davanti alla legge senza discriminazioni”. Anche dopo la rivoluzione del 2011 e l’entrata in vigore della costituzione del 2014, molte persone sono state arrestate in base all’articolo 230 che criminalizza i rapporti sessuali tra due persone dello stesso sesso adulte e consenzienti.

Per ottenere prove sui rapporti omosessuali, lo stato tunisino ha usato spesso il “test anale”, una pratica che la Commissione contro la tortura (CAT) delle Nazioni Unite ha riconosciuto come trattamento crudele, degradante e disumano che può essere paragonato alla tortura. Infatti questa pratica è contraria tanto all’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti umani quanto all’articolo 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che afferma che “nessuno può essere sottoposto alla tortura né a punizioni e trattamenti crudeli, disumani o degradanti, in particolare nessuno può essere sottoposto, senza il suo libero consenso, a un esperimento medico o scientifico”.

Il test anale è contrario anche all’articolo 23 della costituzione tunisina: “Lo stato protegge la dignità e l’integrità fisica della persona e proibisce ogni forma di tortura morale e fisica”. La pratica del test anale è inoltre contraria all’etica e alla deontologia medica, soprattutto se teniamo conto che questo esame è praticato sotto la pressione delle forze dell’ordine e il più delle volte in presenza di agenti di polizia nella sala dell’esame.

In un comunicato reso pubblico il 28 settembre 2015, il Consiglio nazionale dell’Ordine dei medici di Tunisia ha detto di essere “profondamente preoccupato per la condanna di un cittadino tunisino per omosessualità sulla base di una valutazione medica” e afferma che “il Consiglio, in qualità di garante del rispetto della deontologia medica, condanna fermamente ogni esame medico-legale non consentito o non giustificato che tocchi la dignità e l’integrità fisica o mentale della persona esaminata”.

La Commissione contro la tortura, nel suo rapporto del 3 ottobre 2014, ha giudicato il test di verginità e il test anale come atti di tortura e ha raccomandato il divieto di questi atti per assicurare il pieno rispetto della dignità umana.

Inoltre, l’applicazione dell’articolo 230 viola inevitabilmente il diritto alla vita privata delle cittadine e dei cittadini tunisini, protetto dall’articolo 24 della costituzione: “Lo stato protegge la vita privata, l’inviolabilità del domicilio e il segreto delle corrispondenze, delle comunicazioni e dei dati personali”.

Queste pratiche non sono conformi neppure all’impegno internazionale della Tunisia a rispettare tanto la Dichiarazione universale dei diritti umani (che all’articolo 12 dispone che “nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni”) quanto al Patto internazionale sui diritti civili e politici, il cui articolo 17 riprende integralmente l’articolo 12 appena citato.

Il 6 settembre 2015 Marwan, un giovane studente di 22 anni, è stato condotto al commissariato di polizia del governatorato di Susa per essere interrogato su un caso per cui è stato dichiarato innocente. In ogni caso, sotto la pressione delle forze dell’ordine è stato costretto a subire un test anale contro la sua volontà, dopo che la polizia aveva controllato i suoi messaggi personali e aveva concluso che ci fosse una relazione “intima” tra lui e la vittima [Il Grande Colibrì]. Marwan è stato processato e condannato a un anno di carcere; in seguito la pena è stata rivista in appello a due mesi di carcere grazie a una mobilitazione della società civile nazionale e internazionale senza precedenti.

Anche il caso dei sei giovani di Qayrawan testimonia come le autorità tunisine violino in modo evidente i diritti umani. Queste persone sono state arrestate a casa loro senza un mandato. Le autorità hanno frugato nei loro dati personali. Inoltre, sono stati costretti a subire il test anale. Sono stati condannati al massimo della pena (tre anni di carcere), con l’aggiunta della pena del bando dalla città di residenza per tre anni. Uno dei sei ragazzi ha avuto anche una condanna supplementare di sei mesi di carcere per detenzione di video dal contenuto esplicito sul proprio computer personale.

Dopo che è esplosa l’indignazione e che la società civile si è mobilitata, queste pene sono state ridotte, ma la condanna comunque è rimasta [Il Grande Colibrì].

Oltre all’articolo 230 del codice penale, lo stato ha fatto ricorso all’articolo 226 bis relativo al buoncostume, all’articolo 228 relativo all’offesa al pudore e all’articolo 231 relativo all’adescamento e alla prostituzione. Questi articoli sono strumentalizzati per criminalizzare la comunità LGBTQI in Tunisia. È necessaria una revisione del codice penale (degli articoli 226 bis, 228, 230 e 231) per armonizzarlo con la nuova costituzione tunisina del 2014 e con i vari impegni internazionali a cui lo stato tunisino ha aderito.

Bisogna inoltre ricordare come non si offra nessun riconoscimento legale né protezione particolare alle persone transgender e transessuali. Lo stato non permette di cambiare i documenti ufficiali d’identità (carta d’identità nazionale, passaporto, estratto di nascita…).

Un’altra questione molto importante è l’accesso alla giustizia, che rimane un problema molto rilevante per la comunità LGBTQI in Tunisia. Vittime di molte aggressioni,violenze e intimidazioni, le persone LGBTQI in Tunisia di solito non sporgono denuncia per paura di essere arrestate e incarcerate per omosessualità semplicemente per il proprio aspetto.

Nella maggior parte dei casi, quando queste persone si trovano di fronte alla polizia sono costrette a firmare dichiarazioni errate sotto la pressione o le minacce della polizia.

Raccomandazioni:

  • Abrogare immediatamente l’articolo 230 del codice penale
  • Proibire la pratica del test anale come prova di rapporti omosessuali
  • Armonizzare il codice penale e il codice di procedura penale alla costituzione del 2014 e ai vari trattati e convenzioni ratificati dallo stato tunisino
  • Permettere alle persone transessuali e transgender di essere riconosciute nei documenti ufficiali d’identità (carta d’identità nazionale, passaporto, estratto di nascita…)
  • Assicurare a tutte le cittadine e a tutti i cittadini un accesso alla giustizia senza discriminazioni, comprese quelle fondate su orientamento sessuale e identità di genere

 

DISCRIMINAZIONI E VIOLENZE CONTRO LE PERSONE LGBTQI

Il principio di uguaglianza e non discriminazione è stato consacrato nell’articolo 21 della costituzione tunisina del gennaio 2014: “I cittadini e le cittadine sono uguali nei diritti e nei doveri; sono uguali davanti alla legge senza discriminazioni. Lo stato garantisce ai cittadini e alle cittadine le libertà e i diritti individuali e collettivi. Assicura loro condizioni di vita dignitose”.

E’ consacrato anche dall’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che afferma che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti […]”, e dalla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, che proibisce all’articolo 2 “la discriminazione sulla base in particolare di razza, etnia, colore, sesso, lingua, religione […]”. Ricordiamo che i lavori del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani stabiliscono che “l’orientamento sessuale è una condizione protetta dalla discriminazione”.

Tuttavia in pratica le discriminazioni e le violenze contro le persone LGBTQI sono tanto numerose quanto “giustificate” e “tollerate” dalle leggi repressive che criminalizzano l’omosessualità. Infatti, spesso la polizia effettua in totale impunità arresti arbitrari contro persone omosessuali o percepite come tali, e ancor di più contro persone transgender. Queste ultime subiscono controlli di polizia eccessivi che portano a procedure giudiziarie con il pretesto degli articoli 226 bis, 228 e 231 del codice penale, come nel caso del gruppo di transgender arrestate a Ksar Said nel novembre del 2015.

Inoltre la scena mediatica in Tunisia rigurgita di esempi di discorsi d’odio e di appelli alla violenza contro la comunità. Dopo molte proteste, la Haute Autorité Indépendante de la Communication Audiovisuelle (Alta autorità indipendente della comunicazione audiovisiva; HAICA) ha emesso il 26 ottobre 2015 un comunicato nei confronti di un canale televisivo che aveva diffuso dichiarazioni omofobe avvertendo che “in caso di recidiva la sanzione sarà più pesante”. Ma purtroppo, in assenza di sanzioni dissuasive da parte dell’HAICA, le dichiarazioni omofobe si moltiplicano e si banalizzano: il 14 aprile 2016 sullo stesso canale televisivo un attore ha descritto l’omosessualità come una “malattia” [Il Grande Colibrì].

Questa retorica ostile contro la comunità LGBTQI non si limita alla sfera mediatica, ma è proposta anche da alcuni rappresentanti ufficiali, come Lazhar Akermi, ex ministro delegato presso il capo del governo, e Abdeltif El Mekki, deputato all’Assemblea dei rappresentanti del popolo ed ex ministro della sanità [Il Grande Colibrì].

L’ex ministro della giustizia, licenziato poche settimane dopo, Mohamed Salah ben Aïssa il 28 settembre 2015 ha lanciato un appello per abrogare l’articolo 230, contrario alla costituzione e al diritto internazionale: “Dopo l’adozione della nuova costituzione non è più ammessa la violazione delle libertà individuali, della vita privata e delle scelte personali, comprese quelle sessuali” [Il Grande Colibrì]. Il presidente della repubblica Beji Caid Essebsi, però, si è opposto fermamente alla soppressione del reato.

La banalizzazione dei discorsi d’odio ha fatto regnare un clima di impunità. Da gennaio 2011 alcune organizzazioni nazionali hanno denunciato numerosi crimini omofobi, mentre le autorità rimanevano in silenzio e negavano la realtà. Al contrario di quello che afferma il ministro degli interni, Massimo non è stato vittima di un delitto passionale né di una rapina finita male, ma secondo i suoi cari è stato ucciso nel novembre 2014 perché era omosessuale. Nel dicembre 2015 nel governatorato di Zaghouan un giovane ha ucciso il proprio fratello maggiore perché omosessuale.

La situazione delle persone LGBTQI in carcere è decisamente allarmante. In alcune prigioni, come in quella di Mornaguia, gli omosessuali sono segregati. Uomini condannati per omosessualità o anche per casi di diritto comune sono messi in un padiglione separato a causa del loro orientamento sessuale e subiscono ogni tipo di cattivo trattamento. I sei giovani coinvolti nel caso di Qayrawan hanno affidato la propria testimonianza alle organizzazioni nazionali di difesa dei diritti LGBTQI: dopo le violenze poliziesche durante il fermo e l’arresto, hanno subito anche violenze verbali e fisiche e torture da parte dei secondini e degli altri detenuti.

Raccomandazioni:

  • Approvare una legge che criminalizzi ogni forma di discriminazione e gli appelli all’odio e alla violenza contro le persone LGBTQI
  • Riconoscere i crimini d’odio contro le persone LGBTQI e considerarli come circostanze aggravanti di reato
  • Porre fine agli attacchi all’integrità e alla dignità delle persone LGBTQI in carcere e integrare i valori dei diritti umani e della non discriminazione (compresa quella basata su orientamento sessuale e identità di genere) nella formazione del personale penitenziario
  • Creare strutture di accoglienza, orientamento e assistenza medico-psico-sociologica e legale per le persone LGBTQI vittime di violenza

 

DIRITTI ECONOMICI E SOCIALI E ACCESSO AI SERVIZI

Il quadro giuridico e le discriminazioni e le violenze contro le persone LGBTQI in Tunisia sono un fattore molto importante di emarginazione e precarietà. Questo produce essenzialmente un accesso limitato delle persone LGBTQI tanto ai diritti economici e sociali quanti ai servizi di base, come sanità, educazione e lavoro.

Prima di tutto bisogna notare come non ci sia quasi nessun dato specifico (segregated data) relativo alle persone LGBTQI, dal momento che le autorità tunisine negano completamente la realtà dei bisogni e dei problemi specifici delle persone LGBTQI.

Accesso alle cure

La costituzione tunisina del 2014 afferma all’articolo 38: “Ogni essere umano ha diritto alla salute. Lo stato garantisce la prevenzione e le cure sanitarie a tutti i cittadini e assicura i mezzi necessari alla sicurezza e alla qualità dei servizi sanitari”. Anche se in occasione dell’ultimo Esame periodico universale del 2012 la Tunisia ha accettato tre raccomandazioni relative all’accesso alle cure (84, 85 e 89), l’accesso della comunità LGBTQI ai servizi sanitari resta limitato.

Infatti, per paura di procedimenti giudiziari in base all’articolo 230 del codice penale, molte persone LGBTQI rinunciano al proprio diritto di accesso alle cure, in particolare nelle strutture sanitarie pubbliche. Negli ospedali, infatti, le persone LGBTQI subiscono molte forme di stigmatizzazione e di discriminazione. Le persone LGBTQI che si rivolgono alle strutture sanitarie, soprattutto quando si tratta di salute sessuale e riproduttiva, hanno denunciato spesso che ci sono trattamenti degradanti, che la riservatezza e il segreto medico non sono rispettati e che non si tiene conto dei bisogni specifici della comunità.

In caso di violenza basata sull’identità di genere o sull’orientamento sessuale, l’accesso ai servizi di cura, di medicina legale e di supporto psicologico è limitato perché non c’è personale qualificato, mancano i mezzi e non si rispetta la vita privata e la sicurezza degli individui.

Le persone transgender sono ancora più esposte alle discriminazioni. Non essendoci un supporto adeguato, molte di loro ricorrono all’automedicazione, esponendosi così al rischio di complicazioni. A questo proposito bisogna ricordare che i medici che lavorano in Tunisia hanno il divieto di prescrivere una terapia ormonale alle persone transessuali.

Le persone LGBTQI, per colpa dell’emarginazione e dell’accesso limitato all’informazione, all’orientamento e ai servizi sanitari, diventano più vulnerabili ed esposte alle pratiche a rischio, come provano i risultati delle inchieste nazionali siero-comportamentali condotte dall’Association Tunisienne de Lutte contre les MST et le SIDA (Associazione tunisina di lotta contro le malattie sessualmente trasmissibili e l’AIDS) con il sostegno del Fondo globale per la lotta all’Aids, la tubercolosi e la malaria (GFATM). Queste inchieste hanno mostrato tassi di prevalenza dell’HIV tra gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini del 4,9% nel 2009, 13% nel 2011 e 9% nel 2014.

Accesso all’educazione

All’articolo 39 la costituzione tunisina ha sancito il diritto all’educazione: “Lo stato garantisce il diritto all’insegnamento pubblico e gratuito in tutti i suoi cicli […] Si impegna alla diffusione della cultura dei diritti umani”.

In occasione dell’ultimo Esame periodico universale del 2012, la Tunisia ha accettato tre raccomandazioni relative all’accesso all’educazione (70, 84 e 85). Tuttavia, questo accesso è limitato per le persone LGBTQI che spesso sono il bersaglio di aggressioni fisiche e morali da parte sia degli insegnanti e del personale amministrativo sia degli studenti. Di conseguenza, sono frequenti i fallimenti e anche gli abbandoni scolastici e universitari, e anche, in alcuni casi, i licenziamenti. Bisogna sottolineare che per le autorità competenti non c’è nessuna disposizione giuridica o amministrativa per la lotta alle discriminazioni e al bullismo a scuola.

Inoltre, bisogna notare come nei cicli scolastici in Tunisia non ci siano né programmi adatti a educare alla diversità e al rispetto dei diritti umani né programmi di educazione sessuale, in particolare per quanto riguarda le questioni legate all’orientamento sessuale e alle violenze basate sull’identità di genere.

Accesso al lavoro

L’articolo 40 della costituzione tunisina stabilisce che “tutti i cittadini e le cittadine hanno diritto al lavoro. Lo stato adotta le misure necessarie per garantirlo sulla base del merito e dell’equità […]”. Questo diritto, che dovrebbe garantire un’autonomia finanziaria, è spesso negato ad alcune persone della comunità LGBTQI, che al momento dell’assunzione sono discriminate per il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere.

Inoltre, numerose testimonianze raccolte da molte associazioni sono riuscite a documentare come la vita quotidiana delle persone LGBTQI sul luogo di lavoro sia fatta di mancanza di rispetto della vita privata, divulgazione di dati personali (outing forzato), abuso di potere, ricatti e mobbing, arrivando a volte fino al licenziamento ingiustificato o alle dimissioni.

Raccomandazioni:

  • Garantire a tutti i cittadini e a tutte le cittadine l’accesso a servizi sanitari e educativi di qualità senza discriminazioni, comprese quelle basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere
  • Garantire il diritto a un lavoro decente in condizioni favorevoli alle persone LGBTQI e sanzionare ogni forma di discriminazione al momento dell’assunzione
  • Introdurre nei programmi scolastici un’educazione sessuale inclusiva che promuova la diversità e lotti contro ogni forma di discriminazione.

LIBERTÀ DI ASSOCIAZIONE

Nell’ottobre 2014 l’associazione Shams (Sole) ha depositato la propria dichiarazione di creazione. Dal 2011 la Tunisia applica un regime dichiarativo per la creazione delle associazioni, ma in pratica la pubblicazione sul Journal Officiel de la République Tunisienne (Gazzetta ufficiale della repubblica tunisina; JORT) dell’associazione Shams è ancora in attesa dopo dodici mesi, nonostante il pagamento delle spese e l’accettazione della licenza.

Ci sono stati quattro processi contro l’associazione per la mancata pubblicazione dello statuto nel JORT, anche se l’associazione aveva avviato tutte le procedure necessarie come previsto dalle disposizioni di legge in vigore. Ciò ha portato a una sentenza di sospensione delle attività associative per 30 giorni [Il Grande Colibrì], ma poi la pena è stata annullata dopo cinque processi d’appello presso il tribunale amministrativo, a testimonianza di un accanimento giudiziario contro la libertà di associazione quando si tratta di associazione di difesa delle persone LGBTQI.

Inoltre, chi difende i diritti umani delle persone LGBTQI subisce intimidazioni e campagne di diffamazione, in particolare sui mass media e sui social network, come nel caso di un associato di Shams che, dopo aver ricevuto molte minacce di morte e di fronte all’inerzia delle autorità pubbliche, alla fine ha chiesto asilo all’estero. Nel dicembre 2015 un difensore dei diritti delle persone LGBTQI è stato aggredito e il consiglio disciplinare del suo liceo a Monastir lo ha cacciato a causa del suo orientamento sessuale.

Raccomandazioni:

  • Rispettare la libertà d’associazione per le organizzazioni e i collettivi LGBTQI e assicurare la protezione necessaria a chi difende i diritti umani delle persone LGBTQI

 

CONCLUSIONI

Nonostante gli importanti passi avanti di cui godono le tunisine e i tunisini dalla rivoluzione del 14 gennaio 2011 e dalla promulgazione della costituzione del 27 gennaio 2014, le persone LGBTQI in Tunisia continuano la loro lotta per accedere a una cittadinanza senza discriminazioni come l’insieme dei loro concittadini.

Vittime di un arsenale legislativo repressivo fondato essenzialmente sull’articolo 230 del codice penale, le persone LGBTQI continuano a subire tutti i giorni ogni forma di stigmatizzazione, di discriminazione e di violenza. Questo è un ostacolo molto importante ai principi di libertà, uguaglianza e dignità rivendicati dalle persone tunisine durante la rivoluzione del 2011.

Per questo la coalizione tunisina per i diritti delle persone LGBTQI fa appello alle autorità tunisine affinché si impegnino, in occasione dell’Esame periodico universale a:

  • Abrogare immediatamente e senza ritardi l’articolo 230 del codice penale
  • Vietare la pratica del test anale come prova di rapporti omosessuali
  • Rivedere il codice penale e il codice di procedura penale per superare la loro logica repressiva e orientarli verso l’obiettivo finale di proteggere i diritti e le libertà individuali
  • Lottare contro ogni forma di stigmatizzazione e di discriminazione nei confronti della comunità LGBTQI e reprimere ogni incitamento all’odio e alla violenza

 

Coalizione tunisina per i diritti delle persone LGBTQI
con il sostegno di EuroMed Droits (Rete euro-mediterranea dei diritti umani)
traduzione di Pier

Damj associazione tunisina per la giustizia e l’uguaglianza è un’associazione che ha lo scopo di difendere e promuovere i diritti umani delle persone LGBTQI in Tunisia.
L’niziativa Mawjoudin per l’uguaglianza è un’associazione tunisina che lotta per l’uguaglianza e i diritti delle persone LGBTQI.
Kelmty è un collettivo di persone LGBT tunisine che promuove i valori della tolleranza e difende i diritti delle persone omosessuali.
Chouf è un’organizzazione femminista che combatte per i diritti corporei e sessuali delle donne. L’organizzazione vuole rinforzare le capacità delle donne provenienti da minoranze sessuali, etniche, economiche e culturali. Inoltre Chouf gestisce strutture di sostegno psicologico, legale e fisico per tutte le donne e le persone che si identificano come tali.
Shams è un’associazione che lavora per la depenalizzazione dell’omosessualità in Tunisia, per lottare contro l’omofobia e per avviare un dibattito sociale sull’omosessualità.

Il rapporto è stato firmato anche da: – Association Tunisienne des Femmes Démocrates (Associazione tunisina delle donne democratiche; ATFD); Comité pour le Respect des Libertés et des Droits de l’Homme en Tunisie (Comitato per il rispetto delle libertà e dei diritti umani in Tunisia; CRLDHT); Associazione Beity; Association de Défense des Libertés Individuelles (Associazione di difesa delle libertà individuali; ADLI) ; Organisation Tunisienne de la Justice Sociale et de la Solidarité (Organizzazione tunisina della giustizia sociale e della solidarietà; OTJUSS); Association pour la promotion du Droit à la Différence (Associazione per la promozione del diritto alla diversità; ADD); Organizzazione Kistas per lo sviluppo della democrazia e la difesa dei diritti umani; Association Tunisienne de Prévention Positive (Associazione tunisina di prevenzione positiva; ATP+); Groupe de Plaidoyer des Personnes Handicapées (Gruppo di difesa delle persone disabili); Gruppo Tawhida Ben Cheikh; Rete Dostourna; Coexistence with Alternative Language and Action Movement (CALAM); Associazione Free Sight.

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