Atlante LGBT delle proteste globali – 3. La Bulgaria

manifestanti a sofia contro il partito di governo
Manifestanti a Sofia contro il partito di governo bulgaro

La Bulgaria è uno degli stati dell’Unione Europea di cui si parla di meno ed anche le proteste che si susseguono dall’inizio dell’anno fanno fatica ad arrivare sulle prime pagine dei giornali, anche se in questi giorni, dopo essere arrivate vicino a far cadere il secondo governo in pochi mesi [Novinite], troveranno qualche spazio in più. In questo generale silenzio, non stupisce che anche la partecipazione di gruppi LGBT (lesbici, gay, bisessuali e transgender) alle manifestazioni sia stata pressoché invisibile sui media.

Il paese è assediato dai dimostranti da mesi e, dopo che le proteste hanno fatto cadere il governo di destra guidato da Boyko Borisov, che portava avanti una politica di austerità, anche il nuovo governo uscito dalle elezioni di maggio (vinte dal centro-sinistra) e guidato da Plamen Oresharski è finito nel mirino delle contestazioni, a causa della diffusa corruzione politica.

Ma insieme all’ondata di rivolta arriva anche il vento dell’est dell’omofobia [Il Grande Colibrì]: sebbene nel paese non manchino le libertà fondamentali ed esistano alcune norme contro le discriminazioni, le condizioni per le persone LGBT stanno velocemente peggiorando, come dimostrano i parametri dell’Associazione lesbica e gay internazionale [ILGA, tramite Wayback Machine] che vedono la Bulgaria scendere progressivamente nella scala dei diritti.

Anche il Pride di Sofia, che si doveva tenere il 22 giugno, è stato rinviato. Da una parte a caldeggiare un rinvio sono state le autorità cittadine e il ministero degli Interni, spaventati dalle possibili violenze che avrebbero potuto accompagnarlo [Balkan Insight].

Dall’altra gli stessi organizzatori hanno deciso che la concomitanza con la ripresa delle manifestazioni non ne avrebbe favorito la riuscita: “Le proteste sono ricominciate il 14 giugno ed era inopportuno mantenere il Pride nella data originaria, perché sarebbe stato interpretato erroneamente e avrebbe perso tutto il suo significato – spiega Monika Pisankaneva, presidente dell’organizzazione LBT Bilitis e una degli organizzatori del Sofia Pride – Al momento abbiamo ipotizzato di rinviarlo al prossimo 21 settembre, perché sarebbe stato impossibile rivederne la formula in così pochi giorni”.

Il 22 giugno, giorno in cui era programmata la marcia per i diritti, si è svolta invece una grande manifestazione contro il governo e la comunità LGBT ha deciso di partecipare, forte anche del successo dell’hashtag gay-friendly #Обичайтесебе (“amatevi gli uni gli altri”) che è associato alle proteste contro la classe politica: “La comunità LGBT è parte della società bulgara e in quanto tale ha la stessa motivazione a protestare contro la corruzione di chiunque altro – spiega Marko Markov, presidente dell’associazione Deystvie – Comunque abbiamo anche delle ragioni in più per protestare. Per esempio, ci sono molti messaggi discriminatori contro le persone LGBT e contro i turchi”.

I militanti LGBT hanno partecipato alla manifestazione con cartelli che dicevano cose come: “Protesto contro l’omofobia e il razzismo” e distribuendo bandierine double-face: da una parte il vessillo nazionale, dall’altra quello arcobaleno. “Sfortunatamente però – racconta Marko – gli appartenenti ad un’associazione di tifosi di calcio, guidati dal loro presidente, ci hanno attaccati e hanno distrutto i nostri cartelloni. La polizia non solo si è rifiutata di difenderci, ma ci ha anzi ordinato di andarcene perché aveva precedentemente ricevuto lamentele per i nostri messaggi”.

“L’aspetto buono è stato che molti semplici manifestanti hanno preso le nostre difese – continua Marko – Molti di loro non sostenevano la nostra causa, ma sostenevano il nostro diritto di stare lì con i nostri messaggi. Alcuni ci hanno difesi in modo molto appassionato e diretto. Per me personalmente, questo sostegno è stato essenziale in una situazione in cui mi sono sentito estremamente vulnerabile”.

Poco importa che l’arcobaleno delle bandierine distribuite non fosse quello del Pride: “Era di sette colori – ricorda Monika – non di sei come quello LGBT e quando qualcuno ci ha chiesto se fosse una bandiera gay abbiamo spiegato che era l’arcobaleno della pace e che noi organizzatori del Pride eravano lì in solidarietà con gli obiettivi della protesta. E la maggioranza ha reagito positivamente all’idea di un’unione omo-etero-trans contro la corruzione politica”.

Nonostante questo, come si ricordava, gli incidenti non sono mancati: “Mentre, da un lato, è perfettamente logico che quando è in gioco lo stato di diritto, gli attivisti LGBT siano parte della protesta, va notato – spiega Monika – che molti slogan contro il governo nel corso delle proteste sono di natura omofobica: è qualcosa che abbiamo tentato di cambiare, ma fin qui con scarso successo, purtroppo”.

Ma gli scontri “sono isolati” e avvengono, come nel caso della protesta del 22 giugno, quando i manifestanti cominciano a disperdersi: “Quando alcune persone sono andate a casa – ricorda Monika – quelli che sono rimasti alla manifestazione hanno preso parte a una protesta pacifica sul Ponte delle aquile, un luogo simbolico per tutte le proteste civili a Sofia, e sono stati circondati da un gruppo di giovani aggressivi che li hanno accusati di fare ‘propaganda dell’omosessualità’ tra i bambini dei manifestanti. Gli agenti di polizia si sono comportati in modo estremamente inappropriato e lo scontro non è degenerato grazie solo all’intervento di altri cittadini, che hanno reagito quando un attivista LGBT è stato colpito. Naturalmente ora il caso è stato portato all’attenzione del Procuratore”.

Ora che anche il presidente della repubblica sembra suggerire al governo le dimissioni, il futuro resta incerto: la Bulgaria è uno dei paesi più poveri dell’Unione Europea e la ricetta di austerità che è stata imposta da Bruxelles va a colpire ancora una volta le fasce più deboli della società. Nello stesso tempo, le proteste non sembrano indirizzarla necessariamente verso un miglioramento di condizioni per tutti: finché si lotta contro la corruzione anche gay, lesbiche e trans fanno numero, ma poi ci saranno diritti anche per loro e per le altre minoranze? Oppure si sceglierà anche qui la strada di proibire la “propaganda gay” e vincerà ancora un nazionalismo che discrimina a 360° gradi?

I moti bulgari sembrano difficili da accostare agli altri che popolano il mondo in questi mesi: a renderli simili agli altri è la paura che ciò che di buono contengono venga cancellato da un domani ancora più privo di diritti, ancora più povero di libertà…

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Michele
©2013 Il Grande Colibrì
Scritto da
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