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Il coming out (l’uscire dall’armadio, cioè il dichiararsi LGBTQIA) e il Pride (la marcia dell’orgoglio LGBTQIA) sarebbero davvero utili nel mondo arabo? In realtà è da quando ho messo piede nella comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) in Italia che continuo a sentire queste due espressioni, questi due concetti – chiamiamoli come vogliamo!

All’interno della comunità LGBTQIA abbiamo tanto bisogno di esprimere la nostra identità di genere o il nostro orientamento sessuale, a volte in chiave sociale e politica, a volte solo commerciale per vendere dei prodotti con i colori arcobaleno. Sembra essere diventata un’ossessione: hai fatto coming out con i compagni di università e gli amici? Hai fatto coming out con i colleghi di lavoro? Hai fatto coming out in famiglia? Anche quando sei in chat con delle persone LGBTQIA ti chiedono se hai fatto coming out: in certi casi è diventato un modo per sapere se sei “veramente” parte della comunità o se sei un eterocurioso! Il Pride, la marcia dell’orgoglio, è diventato un dovere “nazionale” delle minoranze sessuali!

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Evviva il Pride!

Io non posso negare che mi fa piacere appartenere a questa minoranza e ho già partecipato al Pride in tante occasioni: al mio primo Pride in Italia ho partecipato anche con la bandiera del Marocco, il mio paese d’origine, ed ero contenta e fiera di essere marocchina e di appartenere alla comunità LGBTQIA, anche se queste due identità a volte sono in conflitto e fanno fatica a stare nella stessa frase.

Il Pride è diventato una marcia per tutti i diritti, che tu sia nero, bianco, povero, ricco, etero o appartenente alla comunità LGBTQIA. Che tu sia straniero, immigrato o rifugiato, nel mese dell’orgoglio devi essere fiero di te stesso e contento di te stesso: qualsiasi sia la tua etnia, razza, religione, colore della pelle, identità di genere o orientamento sessuale, eccetera, siamo tutti uguali e dobbiamo essere fieri di noi stessi. Io ho avuto più sostegno dalla comunità LGBTQIA che dalla mia comunità di origine.

bandiera arcobaleno lgbt pantalonciniTradizioni perdute

Ma torniamo nei paesi arabi e parliamo di coming out e Pride, due parole che non esistono nel dizionario araboNon che la comunità LGBTQIA araba non esista, anzi esisteva già nel medioevo arabo e alcuni uomini “non eterosessuali” facevano parte anche della classe politica che comandava i paesi arabi in quel periodo storico, erano riconosciuti e protetti e vivevano nel castello del regnante. Alcuni di loro lavoravano nell’harem, come sorveglianti delle donne schiave del sovrano. Nonostante questo, oggi il mondo arabo sembra che si sia svegliato da un sogno e ha iniziato a dire che l’omosessualità non è accettata nella nostra cultura e nella nostra tradizione!

Tuttavia oggi non voglio discutere del motivo della negazione e discriminazione della comunità LGBTQIA, se deriva dalla colonizzazione della Francia o dell’Inghilterra, da quel mondo occidentale “civilizzato” o dall’arrivo degli estremisti islamici al potere e nella politica, con una conseguente interpretazione sbagliata del Corano…

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Haram e halal?

Non si tratta del fatto che fosse halal (lecito) in passato e che sia haram (non lecito) adesso, quello che è proibito rimane costante e uguale nel tempo e nello spazio. L’unica eccezione, come è scritto proprio nel Corano, sono i “casi di forza maggiore” (إِلَّا مَااضْطُرِرْتُمْ إِلَيْهِ; sura VI Il Bestiame, versetto 119); per esempio, immaginiamo che sei nel deserto e hai sete, non trovi né acqua né una bevanda analcolica, ma solo una bottiglia di vino: in questo caso bere alcol, che è haram, “diventa” halal.

Detto ciò, non penso che nel Medioevo un ricco principe arabo nel suo castello fosse costretto ad avere relazioni sessuali con uomini o con donne transgender, penso che fosse solo un piacere. Quindi, in assenza di un obbligo, era tutto halal. Se invece fosse stato haram, perché nessuno lo diceva e criticava i principi o i sultani? Potrei pensare che, essendo ricchi e con un potere politico importante, tutto quello che facevano era halal…

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Scià Abbas I il Grande con il suo amante (XVII secolo)

Cinque porte

Anche il non binarismo di genere esisteva già nella nostra società. Un film egiziano del 1983 del regista Nader Galal, “Khamsa Bab” (Cinque porte), prende il titolo da un locale dove si vendevano alcolici e c’erano anche il gioco d’azzardo, la musica e la danza del ventre. Il film è ambientato in un’epoca in cui l’Egitto era ancora colonizzato dall’Inghilterra.

In una scena il famoso attore Adil Imam entra nel locale per la prima volta come poliziotto per controllare che tutti stiano rispettando la legge, inizia a parlare con i clienti, finché incontra un personaggio, che lavora come sex worker nel locale, nato biologicamente uomo che si è fatto le sopracciglia ed è truccato con un vestito bianco femminile. Imam pensa all’inizio che sia una donna, solo dopo capisce che biologicamente è un uomo, ma parlandoci insieme Imam non riesce a usare né il pronome maschile né quello femminile. Alla fine della scena il personaggio va via camminando in modo “femminile”.

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Il nostro percorso

Insomma, la volontà di esclusione sociale e l’accapigliarsi sulle definizioni di haram e halal sono strumenti per fare in modo che la popolazione araba creda nel sogno perduto che tutti gli stati arabi diventeranno un paese unico sotto un governo islamico estremista che batterà e vincerà l’Occidente – una follia pura, un mondo nero senza colore. Un obiettivo, per me, che non si realizzerà mai.

Ma torniamo alla questione del coming out e del Pride nel mondo arabo. Allora, sinceramente io ho qualche perplessità e un po’ di dubbi nel seguire di nuovo (per la seconda volta dopo l’introduzione del reato di “sodomia”) il mondo occidentale nel trattare le minoranze sessuali, per assomigliare alla società occidentale più moderna e più aperta e adattare i suoi criteri, i suoi concetti, i suoi stili di vita, come se fossero indispensabili per creare una società che dia più diritti alla comunità LGBTQIA.

Sarebbe come quando nei paesi arabi a Capodanno si festeggia con Babbo Natale con il vestito rosso e la barba bianca, con l’albero di Natale verde e tutti intorno a una torta alla crema con le candeline e la bottiglia di champagne francese, e ti dicono: “Hai visto? Siamo un paese aperto, moderno e accogliente con tutti i cristiani!“.

A me sembra che invece la comunità LGBTQIA nel mondo arabo debba partire da sé stessa e dai suoi bisogni: vogliamo essere queer arabi con la nostra cultura d’origine, dobbiamo evolvere da soli e dobbiamo scegliere da soli la nostra strada per i diritti e le libertà, senza per forza ripercorrerne una copiata dalla società occidentale per apparire più aperti e più moderni.

H.M.
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: Il Grande Colibrì / elaborazione da Allie Smith (CC0) / dominio pubblico

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