Festus, Aneste, Zhang, Damir, Maksat, Sophia e Haru. Sono solo alcuni dei nomi delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) di cui in questo periodo di quarantena il Grande Colibrì si è occupato. Sono nomi, ma sono prima di tutto volti e storie fatte di ragazzi e ragazze che quotidianamente affrontano o hanno affrontato situazioni terribili e pericolosissime, che mettono a repentaglio le loro vite e li fanno sentire ancora più soli e addirittura sbagliati. Perché essere queer è difficile. Molto, troppo, tremendamente difficile, ma lo diventa ancora di più in tempi come questi, funestati dall’incertezza e avvelenati dalla presenza del nuovo coronavirus.
Quel male subdolo che costringe a stare in casa. A proteggersi. A chiudersi dentro. A non uscire. A trascorrere le tue giornate in un ambiente ostile, insidioso, giudicante. Un ambiente in cui magari sei costretto a convivere con persone che da un momento all’altro possono riempirti il corpo di percosse e la testa di insulti e orribili minacce. Perché no, non è vero che tutte le famiglie sono le stesse. Non è vero che in ognuna ti sentirai sempre al sicuro, protetto, benvoluto. Amato. Non è vero, e lo dimostrano i fatti. E le storie, soprattutto. Quelle delle persone che solo perché diverse sono vittime di cattiverie e prevaricazioni assolutamente ingiuste e inqualificabili.
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Occhi aperti
“Come posso rendermi utile?“. È una domanda che mi sto facendo spessissimo, in questi lunghi giorni di lockdown. Come posso, in che modo, con quali sistemi posso cercare di dare una mano a tutti quei ragazzi e ragazze che anche a causa della quarantena vivono situazioni di enorme inquietudine e difficoltà? Come posso offrirgli il mio sostegno senza essere fisicamente lì al loro fianco? L’unica soluzione che ho trovato è stata provare a mettere nero su bianco queste riflessioni che, se non serviranno sul piano materiale e concreto, mi auguro potranno almeno aiutare a mantenere viva l’attenzione sull’orrendo fenomeno della violenza che avviene tra le mura di casa.
Perché le mie non risultassero solo parole vuote, ho deciso di chiedere nuovamente aiuto e consiglio a Gianluca Evangelista, studente di Psicologia Clinico-Dinamica con cui ho già avuto il piacere di collaborare durante la stesura di un articolo sul non binario di genere. A lui e agli amici del Grande Colibrì, che mi hanno supportato con pazienza e disponibilità nella stesura di questo articolo, vanno tutta la mia riconoscenza e i miei grazie.

Quarantena
“Quarantena”: la conosciamo tutti, ormai, questa parola lunga e un po’ stridente che da alcuni mesi ci obbliga a rimanercene chiusi in casa. La conosciamo tutti, le diamo mille nomi diversi (chiusura, blocco, cessazione delle attività, lockdown). L’associamo alle pestilenze, ai contagi, alle infezioni, alle stragi, agli untori, a particolari macabri. Di colpo ci tornano in mente sigle e numeri che credevamo di aver ormai sepolto nel passato remoto: influenza A/H1N1 (anche detta “suina”), Ebola, SARS.
Di colpo, soprattutto, siamo assaliti dalla paura e da un malessere strisciante. È l’effetto della quarantena, questa parola poco piacevole a cui la rivista scientifica Lancet offre una definizione a dir poco esemplare: con questo termine si intendono infatti “l’isolamento e le restrizioni alla libertà di movimento imposti a persone che sono state potenzialmente esposte a una malattia contagiosa per ridurre il rischio che – nel caso in cui si ammalassero effettivamente – possano contagiare anche gli altri“. Detta in parole molto più semplici: #iorestoacasa.
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Effetti negativi
Che l’isolamento e la forzata inattività possano avere effetti deleteri sulla salute psicofisica degli individui è purtroppo un dato di fatto. La solitudine, l’insicurezza, l’impossibilità di condurre la vita di sempre, il divieto di uscire, di incontrarsi, di mantenere vivi quei rapporti interpersonali che sono per l’essere umano di fondamentale importanza, ma anche il timore di non poter provvedere alle proprie esigenze e a quelle dei propri cari, hanno a lungo andare conseguenze molto dannose, i cui effetti possono essere visibili anche a distanza di anni.
Tra i sintomi maggiormente riscontrabili in individui che sono stati sottoposti a un prolungato (e inatteso) lockdown i medici rilevano stress, irritabilità, insonnia, sentimenti di rabbia e paura, depressione, abuso di sostanze, esaurimento e pensieri suicidi. A numerosi pazienti è stata inoltre diagnosticata una vera e propria sindrome da stress post traumatico. Pur non costituendone in alcun modo un’attenuante, questi sintomi possono almeno in parte spiegare i gravissimi episodi di violenza a cui purtroppo assistiamo impotenti da settimane. E che non coinvolgono soltanto i membri della comunità LGBTQIA, ma anche molte, moltissime altre persone per cui la quarantena sta sempre più assumendo i contorni di una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

Risposte chiare
Serve un piano d’intervento mirato. Non ci sono dubbi a questo proposito. Non possono esserci. L’unico modo per evitare che la situazione peggiori minuto per minuto e che finisca per sfuggire di mano è cercare di attuare misure d’intervento atte a proteggere i soggetti più deboli e a rischio. Donne, ragazzi, bambini, persone che già in tempi di relativa “normalità” soffrono e subiscono insulti e discriminazioni devono essere i primi destinatari di soluzioni e progetti che garantiscano loro serenità e sicurezza.
Se infatti è vero, purtroppo, che uno degli effetti più nefasti di una pandemia è l’aumento dei maltrattamenti ai danni di donne e minori, è anche vero che le strade per interrompere o quantomeno limitare significativamente la violenza esistono e vanno seguite scrupolosamente, in primis dai governanti. Allo stesso modo, risulterà fondamentale fornire informazioni chiare, precise e strutturate sulla durata, le motivazioni e le misure che saranno adottate per contenere la diffusione del virus.
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Se la quarantena non può essere evitata – e in caso di una pandemia come questa non può esserlo assolutamente – l’obiettivo di tutti i governi dovrebbe essere quello di rassicurare i propri cittadini, evitando di offrire visioni troppo edulcorate o fasulle, ma al contempo anche di terrorizzarli con scenari da catastrofe. Una buona comunicazione, unita alle necessarie misure di prevenzione e di contenimento, può davvero fare la differenza. Aiutando a sconfiggere non solo il Covid-19, ma anche le orribili nefandezze a esso collegate.
Nicole Zaramella
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