“Mr Gay Syria” esplora la vita dei gay siriani rifugiati

fotogramma dal film mr gay syria di ayse toprak
Una scena di "Mr Gay Syria" della turca Ayse Toprak

In questi giorni foschi, in cui si festeggiano i porti chiusi e le notizie di omicidi razzisti scivolano via dalle pagine di cronaca, un film può aiutarci a orizzontarci e a capire meglio chi siamo: è “Mr Gay Syria” della regista turca Ayse Toprak. Il documentario, che proprio in questi giorni compie il suo primo anno di vita, è stato girato grazie a una campagna di crowdfunding tra Germania, Malta e Norvegia, ma soprattutto in Turchia, a Istanbul. Qui vive un gruppo di ragazzi gay, fuggiti dalla Siria in guerra, e qui arriva da Berlino Mahmoud Hassino, anche lui siriano, con una proposta un po’ folle: partecipare a Mr Gay World.

Un gruppo coraggioso

Di fronte a un mondo che si indigna per i video degli omicidi di presunti omosessuali di Daesh (l’organizzazione terroristica conosciuta anche come ISIS o Stato Islamico) e poi ignora i rifugiati siriani LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali), l’idea è partecipare al concorso di bellezza per rompere il muro di silenzio. Sono cinque i ragazzi che accettano la sfida, tra cui Husein, sposato e padre di una bambina, esiliato dal suo paese e dalla sua famiglia, con due occhi che raccontano così tanto che da soli riempirebbero un film. E poi c’è Omar, il cui fidanzato ha ottenuto asilo in Norvegia.

Ovviamente il film fa piangere, ma commuove senza scavare in modo morboso nelle tragedie. Fa piangere lacrime diverse, agrodolci, perché ci regala la possibilità di avvicinarsi a persone a tutto tondo, non schiacciate sulla loro condizione di rifugiati. Ci mostra la delicatezza delle loro vite precarie, ma anche il loro estremo coraggio nell’affrontare la videocamera (magari anche sui tacchi a spillo) e soprattutto la forza di un gruppo unito nelle gioie e nei dolori, nelle sfide quotidiane, nella ricerca di un po’ di serenità e di libertà.

Non si è solo “rifugiati”

Parlando di persone e non solo di “rifugiati”, il film di Ayse Toprak diventa uno strumento importante da contrapporre alla retorica imperante: Husein, Omar e gli altri rischiavano la vita in Siria, ma ora in Turchia questo pericolo è assente, anche se non del tutto. Vivono però in un ambiente opprimente e repressivo, come mostrano le scene in cui la polizia turca impedisce lo svolgimento del Pride con cariche violente.

Non rischiano la vita, insomma, ma hanno sogni e aspirazioni, come tutti noi: è facile scrivere commenti sui social network (“ci invadono“, “tornino a casa loro“, “adesso basta!“…), ma se si ha il coraggio di guardarli negli occhi, di trattare loro e se stessi come esseri umani, chi oserebbe dirgli che no, non meritano di arrivare “a casa nostra“, non meritano la nostra sicurezza e la nostra possibilità di felicità per il solo fatto di essere nati altrove?

Al di là dei riferimenti alle norme europee che, violando il diritto internazionale, respingono i richiedenti asilo, al di là dei problemi di visto che, dietro la loro asetticità burocratica, nascondono una violenza sorda e cupa, la denuncia più forte di “Mr Gay Syria” passa dal mostrare semplicemente le persone per tutto quello che sono, con i loro problemi e con le loro aspirazioni.

Un “welcome” arcobaleno?

È una denuncia che non risparmia neppure la comunità LGBTQIA globale, con la sua indifferenza generale, con il suo rincorrere indignazioni momentanee. Il video che i partecipanti a Mr Gay World inviano alla comunità gay siriana di Istanbul, nella sua totale vacuità, è talmente imbarazzante da diventare simbolico.

Per questo è necessario continuare a combattere perché le minoranze sessuali dei paesi più ricchi e fortunati non dimentichino chi sta al di là di una frontiera e accolgano chi varca le frontiere. Si tratta di avere un minimo di coerenza, perché non si possono reclamare i propri diritti mentre ci si rifiuta di considerare i diritti altrui. Ma si tratta anche di riconoscere che ci accomuna la lotta per affermare la nostra dignità e per realizzare noi stessi, una lotta contro l’ignoranza e contro l’odio, contro la voglia di non vedere e di non capire chi è diverso da noi.

Per questo è così importante il lavoro di Bradley Secker, fotoreporter presente nel film che avevamo intervistato già 5 anni fa, e di Ayse Toprak. Per questo non bisogna perdersi la visione del film, che  verrà proiettato venerdì 22 giugno alle 16.00 al Festival Mix Milano (al Teatro Studio Melato, via Rivoli 6), con un’introduzione a cura de Il Grande Colibrì. È essenziale sentire, capire, diventare megafoni per chi non riesce a farsi sentire.

Pier Cesare Notaro
©2018 Il Grande Colibrì
foto: fotogramma tratto dal film

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