“Non è proprio un arcobaleno”… ma quasi? Il titolo e il testo di un recente articolo pubblicato su Sixth Tone racconta come i media cinesi rappresentino la comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) e presenta un quadro in cui, tutto sommato, non tutto è perfetto, ma non ci si può lamentare troppo. L’autore dell’articolo, Yang Yi, dell’LGBT Rights Advocacy China (Attivismo per i diritti LGBT in Cina), riporta due principali aspetti negativi: ci sono ancora ritrosie nelle redazioni dei giornali a parlare di minoranze sessuali e soprattutto i servizi a tematica queer nei media cartacei, TV e web sono diminuiti molto (nel 2020 sono crollati del 43% rispetto all’anno precedente e addirittura del 60% rispetto al picco del 2015).
Occhiali rosa
Però Yang porta l’attenzione soprattutto su alcuni dati che raccontano tutta un’altra storia: quasi il 50% dei servizi sui media cinesi mostra “una posizione relativamente positiva sulle questioni LGBT“, il 40% sarebbe piuttosto neutrale e solo il 9% invece veicolerebbe pregiudizi e alimenterebbe lo stigma contro una minoranza accusata di immoralità. Inoltre, le tematiche sarebbero sempre più diversificate: mentre prima si parlava solo di gay riferendosi all’HIV/AIDS, ora si discute anche di persone transgender, di discriminazioni, di cultura queer e di “pink economy” (economia rosa), cioè del contributo positivo che le persone LGBTQIA apportano all’economia creando proprie nicchie di mercato.
Insomma, secondo Yang gli elementi positivi non mancano affatto e il tono dell’articolo è piuttosto positivo. L’attivista fa anche un esempio, spiegando che i media avrebbero anche avuto un ruolo importante nella lotta contro le pratiche pseudo-scientifiche che promettono di “guarire” transgenderismo, bisessualità e omosessualità. “Tecnicamente questi trattamenti sono ancora legali – spiega Yang – ma ormai pochi istituti osano pubblicizzare i propri programmi di terapia di conversione“. Ci sarebbe da piangere di gioia – se fosse vero. Perché in Cina esistono centinaia di cliniche che offrono queste forme di tortura psicologica (e a volte anche fisica) insegnate addirittura nei manuali universitari, con il beneplacito della magistratura.

La voce del regime
A questo punto serve probabilmente ricordare che Sixth Tone, il sito su cui scrive Yang Yi, è direttamente controllato dalla sezione di Shangai dello Zhongguo Gongchandang (Partito comunista cinese): è una fonte di informazioni più “disinvolta” e a volte più critica rispetto alla maggior parte degli altri media cinesi, ma resta comunque uno strumento per veicolare un’immagine positiva della Cina a un pubblico anglofono. E non dimentichiamo un quadro generale in cui il regime ha deciso di impegnarsi per conquistare il cuore della comunità LGBTQIA mondiale…
Da questo punto di vista risulta interessante notare come il sito abbia edulcorato molto le sue critiche nel corso del tempo. Poco più di due anni fa un altro articolo, firmato da Lin Xi, professore di filosofia politica all’Università Fudan di Shangai, parlava della rappresentazione delle persone LGBTQIA con tutt’altri toni: altro che cultura queer e pink economy, i servizi giornalistici di solito sono molto colpevolizzanti nei confronti degli uomini omosessuali, accusati più o meno velatamente di diffondere l’HIV/AIDS e di far soffrire le donne che hanno sposato come copertura. “Nel discorso del governo e dei media, le minoranze sessuali sono condannate per il loro presunto comportamento deviante” spiegava Lin.
Stretta censura
Se Yang Yi ci dice che il crollo nei servizi dedicati alla comunità LGBTQIA sarebbe legato anche all’emergenza sanitaria, curiosamente “si dimentica” che il picco di visibilità del 2015 è sempre più lontano per tutt’altri motivi. Nel 2016 la webserie Shangyin (Dipendente) stava facendo furore, con la sua storia d’amore tra due ragazzi e milioni di visualizzazioni online, ma, quando mancavano appena tre episodi alla sua conclusione, il governo ha ordinato di cancellarla e ha vietato di girare la seconda serie, già in produzione. Il Partito comunista aveva deciso di dare una stretta sulla rappresentazione dell’omosessualità che si sarebbe esplicitata in tutta la sua portata solo l’anno successivo.
Nel 2017, infatti, le piattaforme web sono state costrette a assumere almeno tre “censori professionisti” (sic!) per controllare ogni video caricato online ed eliminare ogni passaggio che non “aderisca agli standard politici ed estetici”. Da una parte dovevano sparire i video che “danneggiano l’immagine della nazione, offendono i leader rivoluzionari, diffondono le conquiste militari di antichi imperatori o diffondono l’estremismo religioso”, dall’altra non erano più tollerate le rappresentazioni di comportamenti superstiziosi, droghe, relazioni extraconiugali, prostituzione e “comportamenti e atti sessuali anormali, come l’omosessualità”.
Successivamente, come ha spiegato la psicologa sessuale Tang Yinghong, “l’ideologia principale è diventata più aggressiva, aumentando l’emarginazione della comunità LGBTQIA”. Da un lato, non sono stati fatti passi avanti nel riconoscimento dei diritti delle minoranze sessuali (nel primo codice civile approvato a maggio del 2020 lo stato non ha riconosciuto nessuna forma di relazione tra persone dello stesso genere, per esempio). Dall’altro, ci sono stati attacchi contro la comunità LGBTQIA, da quelli più diretti (come la chiusura senza spiegazioni dello ShanghaiPRIDE) a quelli più indiretti, come la promessa del ministero dell’educazione di riformare l’educazione fisica nelle scuole per salvare i bambini dalla “effeminatezza“.
Niente rivoluzione
Nonostante questo, la popolazione cinese spinge sempre più per l’accoglienza delle minoranze sessuali: la disobbedienza delle persone attiviste e di migliaia di utenti, per esempio, ha costretto il gigante Weibo, piattaforma cinese che riunisce le funzionalità di Twitter e Facebook, a rinunciare ai propositi di censurare i contenuti a tematica LGBTQIA nel 2018 e poi di nuovo nel 2019. E se Shangyin era stato brutalmente censurato, il film a tematica gay “Yuan jianghai yizhi xiangshang liu” (Possano il fiume e il mare scorrere verso l’alto) di Ran Yinxiao ha ricevuto lodi persino dai media governativi.
In fin dei conti, alcune aperture ci sono, come dimostra anche il caso del successo dell’applicazione Blued, che dagli incontri sessuali si è espansa fino a offrire servizi come cure mediche e consulenze per la gestazione per altri. Insomma, il Partito comunista sembra disponibile ad accettare pian piano anche la diversità sessuale, basta che non si mostrino velleità politiche e che tutto avvenga attraverso canali scrupolosamente controllati dal potere e da chi gli sta vicino. Di “rivoluzione sessuale”, insomma, non si parla neppure.
Pier Cesare Notaro
©2021 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazioni da Jeferson Gomes (CC0) / da Min An (CC0) / da Pedro Sandrini (CC0)


